Il trono vacillante: quando l’Emilia strappa lo scettro al Veneto

La CGIA (associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre ci regala una profezia per il 2026: il Veneto, da anni locomotiva del Paese, cede il passo all’Emilia-Romagna. Non è un dramma shakespeariano, ma quasi: il PIL nazionale sfiorerà i 2.300 miliardi di euro, con una crescita nominale del 2,9% e reale dello 0,7%, un sussulto anemico che sa di ristagno cronico, di quelle economie che arrancano. Il Veneto ha trainato il 2025 con un +0,66% reale rispetto all’anno precedente. Ma ora, nel 2026, il suo PIL regionale salirà a 211 miliardi di euro, con un incremento reale dello 0,64%, un rallentamento che profuma di fatica, di export che tentenna e di investimenti che latitano. E sul podio sale l’Emilia-Romagna, con un balzo dello 0,86%, strappando lo scettro di “prima regione italiana” e diventando la nuova locomotiva. Bologna, Reggio Emilia, province da record: se Varese è al +1%, sono le emiliane a brillare con +0,92% e +0,91%. È il trionfo della metalmeccanica, dell’automotive, delle biotecnologie – settori che in Emilia resistono mentre altrove il declino morde. Non è solo una questione di decimali, è il simbolo di un’Italia bifronte, dove il Nord si contende la corona e il Sud arranca in coda. Sicilia +0,28%, Basilicata +0,25%, Calabria maglia nera con +0,24% – numeri che parlano di un Mezzogiorno intrappolato in un eterno dopoguerra economico. Il Lazio segue con +0,78%, Piemonte +0,74%, Friuli e Lombardia appaiate a +0,73%. Ma che crescita è questa, overall, uno 0,7% reale? Sostenuta da export (+1%), consumi familiari (+0,6%) e pubblici (+0,5%), mentre gli investimenti frenano dal +2,4% del 2025 a un misero +0,7%.

È l’Italia del “si salvi chi può”, dove le regioni virtuose – quelle con burocrazia snella e fisco meno oppressivo – emergono, e le altre affondano nel pantano di riforme mancate, con un governo che avrebbe dovuto alleggerire il fardello fiscale sulle imprese e ridurre la burocrazia asfissiante, invece, eccoci qui, a celebrare decimali come vittorie. In fondo, questa previsione CGIA non è solo statistica: è un monito. L’Italia ha bisogno di una vera locomotiva, non di un trenino regionale che sbuffa e rallenta. Altrimenti, rischiamo di rimanere fermi al binario morto, a raccontarci del nostro genio italico, ma a contemplare il paesaggio.

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