La guerra del debito, dei tassi, dei dazi e dei prezzi…

Semplificare è umano, ma complicare è necessario

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un coacervo di politicanti d’ogni schieramento commentare l’accordo sui dazi, con giudizi che andavano dal benaltrismo (poteva andare peggio) al catastrofismo. Due giorni dopo arriva la notizia che il testo UE e quello USA non coincidono. La cosa non sorprende, ma sorge spontanea una domanda: i nostri politici qual accordo hanno letto? Ma soprattutto, lo hanno letto La sensazione è che la loro fonte sia stato qualche giornale con previsioni spannometriche.
Ad aprile si stimava che coni dazi al 10% il danno sarebbe stato di mezzo punto percentuale sul PIL della UE. Ma in che termini? È arrivato il momento di complicare le cose semplificate. Perché non esiste nulla di semplice, a meno che non te lo spieghi un politico. 

36 trilioni di dollari. Ma tranquilli: è tutto sotto controllo (forse)

Iniziamo dall’elefante nella stanza: il debito americano. Nel momento in cui scrivo ammonta a 36.770 miliardi di dollari (trentaseimilasettecentosettanta). Il PIL è di 27.720 miliardi. Dati ufficiali della FED. Gli USA sono usciti dalla crisi finanziaria globale indebitandosi e hanno continuato a indebitarsi per mantenere alto il tenore di vita e gli stipendi. Un picco importante lo si nota durante la pandemia. (Vedi immagine) 

Fatto sta che oggi con un PIL di 27 trilioni ne devono destinare oltre 2 per pagare gli interessi. È un rapporto che costringe a contrarre debiti per pagare gli interessi. Nel frattempo Trump ha fatto approvare al Congresso la OBBB (One Big Beautiful Bill), passata per voto pari al Senato (il Vice Presidente Vance, in qualità di Presidente del Senato, ha esercitato il suo potere di rompere il pareggio) e per un pugno di voti alla Camera. 

La OBBB. BBB sta per il prossimo rating degli USA?

I problemi sono di là da venire, ma siamo di fronte di un innalzamento del tetto del debito di 5 trilioni, che forse basteranno per un paio di anni, all’abbassamento delle tasse per i super ricchi e di conseguenza alla diminuzione delle entrate fiscali che non sono per niente compensate da minori costi. Hanno tolto l’assistenza sanitaria a qualche milione di americani, ma questo non basta a ridurre le spese. Tutto si tramuterà in un vero e proprio prosciugamento dei soldi utilizzati per la Social Security e le pensioni pubbliche, ma accadrà nel 2032, fra due turni elettorali, non capisco perché dovrebbero occuparsene ora… 

Gli USA sono un paese indebitato che in questo momento sta cercando di trovare risorse per permettere di tenere alto il tenore di vita, non di tutti, ma di chi sposta i voti. Tra le altre iniziative, il taglio del dipartimento dell’istruzione: un suicidio annunciato che gli storici ricorderanno come l’inizio della fine dell’Impero Americano (tutti gli imperi sono crollati perché non hanno più investito nell’istruzione).  Tranquilli, passeranno anni, se non decenni. Ma restiamo nel presente, che basta. Il DOGE di Musk doveva tagliare 2000 miliardi e sembra sia riuscito a tagliare 180 milioni, praticamente la paghetta di un figlio di Musk. Nei prossimi due anni gli USA dovranno rinnovare titoli di stato in scadenza per circa 9 trilioni, sono tanti soldi! Che cosa fare?  Facciamo un esempio: se devo rinnovare il mutuo di casa mia, lo faccio con i tassi bassi o con i tassi alti? Mentre qui in Europa i tassi sono scesi notevolmente con l’inflazione sotto controllo, negli USA la belva non è ancora stata del tutto domata e i livelli sono ancora alti. Il Presidente Trump sta facendo pressioni usando epiteti ben poco diplomatici nei confronti di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, nominato da Trump stesso durante il primo mandato. Powell e il FOMC ritengono che l’inflazione possa essere ancora un problema e non abbassano i tassi, Trump vuole che Powell abbassi i tassi perché deve rinnovare il debito.

Federal Reserve, tassi e testosterone

Piccola lacuna in economia di Trump: la Fed determina i tassi a breve, ovvero i tassi di interesse che vengono applicati ai depositi a vista, conti correnti e similari. Questo significa che se la FED abbassasse i tassi anche di due punti in una singola seduta, ne uscirebbe che i titoli di stato potrebbero non risentirne particolarmente, perché tendono ad anticipare l’andamento dell’inflazione. In pratica è il mercato che fa i tassi, non la FED. L’immagine qui sotto mostra come indebitarsi per 30 anni costi quasi il 5% annuo agli USA.

Quindi se Powell abbassa i tassi il problema del rinnovo dei titoli di stato in scadenza è risolto? No!
Il Tesoro può anche emettere un trentennale all’1%, ammesso e concesso che qualcuno lo compri, il primo giorno di quotazione scenderebbe a 40. Una bellissima svalutazione del 60% in conto capitale per chi lo ha sottoscritto (verosimilmente fondi pensionistici o piattaforme di stable Coin grazie al Genius Act? Chiedo per un amico)

Qui entrano in gioco i dazi. Vietnam a parte (su questo possiamo fare un podcast e non basta), i primi paesi che hanno dialogato con Trump sono Giappone, Cina e UE, in pratica i primi tre detentori di titoli di stato USA. Non è un caso. Sul tavolo c’erano i famosi Matusalem Bond. Titoli con scandenza 2125 (si, fra un secolo!) a tasso zero. Insomma: mi presti i soldi e te li do indietro quando quasi tutti quelli che vivono sulla terra in questo momento saranno morti. Sono la versione dei titoli irredimibili del Tesoro che esistevano anche in Italia… Questo è pizzo puro. L’alternativa dei dazi è sicuramente più appetibile. Per questo motivo ho citato Francesco Costa che dice “è come se avessimo incontrato un rapinatore armato che di fronte alla minaccia per la nostra vita voleva in cambio il portafogli” gli abbiamo dato il portafogli. I politici di turno poi dicono che potevamo dare un pugno al rapinatore, sono gli stessi che sarebbero stati pronti a lamentarsi del fatto che ci eravamo feriti nella rapina (se non morti). I dazi dovrebbero generare gettito fiscale che possa fornire respiro ai conti dello stato. 

Ma chi li paga i dazi? Spoiler: tu, americano!
La narrazione Trumpiana parla all’elettorato MAGA dicendo che li pagheremo noi europei, ma anche qui è il caso di fare chiarezza. Quando un prodotto arriva dall’estero di ferma alla Dogana (presente in tutte le principali città) e bisogna sdoganare il tutto, attraverso, appunto, il pagamento di eventuali dazi.  Ipotizziamo che un produttore di divani venda i suoi prodotti negli USA. Un divano costa circa 5000€, lo esporta e il prezzo diventa 5750$ per via del cambio (1,15). Senza dazio il rivenditore USA ci applicava sopra un ricarico di 1000$ e lo rivendeva a 6750$, un affare per un pezzo di arte italiana. Con i dazi cosa succede? Il divano arriva alla dogana USA, e per sdoganarlo va pagato il 15% allo stato federale, 862,50$. Quindi il rivenditore americano ha un costo totale del bene di 6612,50$. Se vuole ottenere un margine di 1000$ dovrà venderlo a 7612,50$. Quindi, chi pagherà i dazi? Esatto! Il compratore. 

Per correttezza possiamo anche dire che il produttore europeo può abbassare il prezzo, il rivenditore americano può rinunciare a un pezzo di margine, ma restiamo sul semplice. 

A quanto ammonta l’aumento di prezzo del bene? Il 12,78%. INFLAZIONE!

Torniamo per un secondo a Powell. Mi pare evidente che se ti aspetti che possa esserci un’inflazione da dazi non hai fretta d’abbassare i tassi (ci ricordiamo tutti adesso l’inflazione del 2022, non occorre riesumare quelle precedenti). Qui possiamo aprire una finestra sul futuro prossimo. Risulterà che i dati di inflazione di giugno, luglio e agosto (forse anche settembre) saranno nella norma, se non addirittura in calo. Perché? Beh, non ci vuole un genio per capire che se hai il presidente che minaccia dazi al 30% (originariamente) verso il paese da cui importi i tuoi bellissimi divani che hanno tanto successo, fai scorta in magazzino fintanto che non ci sono i dazi. È quello che sta succedendo per tutte le merci. I dati ufficiali della bilancia commerciale USA vedono un aumento di importazioni spaventoso da tutti i paesi colpiti dai primi dazi del “liberation day”. Il primo trimestre ha visto un crollo del PIL proprio per le eccessive spese per importazione. Quindi fintantoché hai a magazzino i beni importati prima dell’entrata in vigore dei dazi, li puoi rivendere ai prezzi vecchi… Risultato: inflazione sotto controllo, Powell magari taglia un quarto di punto e Trump furioso perché secondo lui doveva tagliare 3 punti in un colpo solo, anzi, quasi quasi portare i tassi sotto zero. Qui comincia la soap opera tra Trump e Powell. Il presidente ha cercato tutti i modi legali per far fuori Powell perché non realizza i suoi desideri, ma ciò non è nelle sue prerogative, a meno che Powell non venga beccato con le mani nella marmellata: solo allora il puritanesimo americano si scandalizzerebbe per una frode del Presidente della Fed e lo costringerebbe alle dimissioni. 

Caschetti, amianto e accuse in costruzione

Un paio di settimane fa Trump ha consegnato quello che io ho definito un “pizzino”. La settimana scorsa nella rinnovata sede della FED di New York  (problemi statici, di amianto e piombo) Trump e Powell, muniti di caschetto, hanno fatto visita alla struttura. Trump parla di un importo, Powell fa cenno di no, Trump tira fuori un pezzo di carta, Powell consulta il foglio e dice che stanno tenendo conto di un immobile sistemato 5 anni fa, e Trump risponde che è tutto un unico insieme. In pratica stanno confezionando la causa con cui accusare Powell per costringerlo alle dimissioni. Altra piccola lacuna economica di Trump. Powell è il Chairman della Federal Reserve, è di fatti il rappresentante del FOMC (Federal Open Market Committee) in cui 12 rappresentanti delle FED locali decidono assieme. È di fatti un portavoce, e se dovesse rassegnare le dimissioni da Chairman prenderebbe il posto di uno degli altri 11 che a sua volta diventerebbe Presidente, a meno che il POTUS non nomini un esterno. Qualcuno parla di Bessent (segretario al Tesoro), ma sarebbe un altro indizio dell’inizio della fine: quando la politica prende in mano la moneta. Quando vediamo tutti i Nobel per l’Economia stracciarsi le vesti )e in particolare quelli tra di loro che hanno conseguito il prestigioso premio per il Commercio Internazionale) una domanda ce la dobbiamo porre. Non mettiamo in campo il concetto di elasticità e anelasticità dei prezzi (una Ferrari anche se costa il 15% in più trova sempre dei compratori, una FIAT no…), ma proviamo a immaginare che gli USA riescano a compensare la produzione di beni che costano di più dall’estero contenendo i costi! Arrivano da anni in cui il tenore di vita è aumentato, il reddito medio USA è di 83mila dollari, praticamente il doppio di quello italiano. È chiaro che, ammesso che si riesca a trovare manodopera, qualche costo va limato per creare automobili o beni con prezzi sostenibili. Altro problema: l’ultimo stato che si è reindustrializzato ha impiegato vent’anni ed era la Cina… nel frattempo cosa succederà?

Democrazia e dazi non vanno d’accordo

L’Europa da parte sua ha un punto di debolezza: il fatto che è una democrazia. Non sto vituperando il sistema democratico, ma faccio notare che quando Trump ha cominciato ad aumentare ogni giorno i dazi sulla Cina, la Cina ha risposto pan per focaccia. Purtroppo l’Europa questo non può farlo, non perché Ursula Von Der Leyen non ne abbia la possibilità, ma perché se minacciasse anche solo per mezza giornata ritorsioni sugli USA le arriverebbero subito le lamentele del primo ministro di turno che ha le elezioni locali la settimana successiva e non vuole perderle. Xi Jin Ping non deve confrontarsi con un contesto di continui rinnovi elettorali. La Commissione Europea decide la politica commerciale comunitaria, ma è di fatti ostaggio dei governi nazionali. Un possibile scenario potrebbe essere quello di svalutare l’euro, la BCE potrebbe vendere euro per comprare dollari, in modo da rendere più appetibili i prodotti UE, con un cambio a 1,04 come era a inizio anno, il famoso divano di prima costerebbe 5200$ ante dazi, lascio al lettore più attento i calcoli sui dazi e ricarico. Vero è che l’UE importa anche molto, quindi un rincaro del dollaro si trasformerebbe in inflazione da importazioni. Oggi ovunque ci si giri, si sente odore d’inflazione. Ecco, se fossi un politico e volessi semplificare le cose complesse direi che stanno arrivando l’inflazione e la depressione economica e che l’Europa dovrebbe lanciare denaro dagli elicotteri per aiutare le imprese. Tanto i miei elettori oggi mi votano e fra cinque anni si lamenteranno con chi viene dopo di me per l’inflazione doppia che ne sarà derivata. 

A conti fatti?

I dazi dovrebbero generare gettito per ripagare in parte i costi della OBBB, ma la loro entità non è stimabile. Rischiano però di diventare un elemento di shock che all’inizio può creare un gettito fiscale aggiuntivo anche importante (stimato dagli analisti in crescita lineare) ma che potrebbe diminuire nel corso del tempo in funzione della famosa elasticità dei prezzi e sostituibilità dei prodotti. È chiaro che i prodotti agroalimentari italiani sono praticamente insostituibili, ma forse dobbiamo riguardare qualche puntata dei Simpson per ricordarci quali sono i gusti culinari dell’americano medio! Parmesan o Parmigiano sono la stessa cosa per loro, anche nella pronuncia!
Resta che i dazi potrebbero risolvere in parte il problema dei conti che non tornano, ma potrebbero generare un incremento dell’inflazione tale da rendere vani gli sforzi.
Risultato? Gli USA stanno dilapidando il loro soft power, facendo leva sull’hard power e tocca dire che il compianto Joseph Nye lo aveva previsto!

1963: quando l’IVA faceva più paura dei dazi

Vi lascio con un aneddoto fresco di una settimana.
Una importante imprenditrice vicentina ora ottantenn parlando dei dazi, notando la preoccupazione, ha affermato “Nel 1963 eravamo preoccupati perché entrava in vigore l’IVA, abbiamo passato il più brutto capodanno della nostra vita perché pensavano di non riuscire a lavorare più, eppure siamo qui. Le soluzioni ci sono, e non arrivano dalla politica, arrivano dalla buona volontà delle persone, nonostante la politica”. Ha ragione: serve testa, non teatrini. Anche perché la prossima guerra, quella vera, sarà contro l’ignoranza. Quindi si: lavoro duro, studio, comprensione e non aspettarsi miracoli, quelli non li fa nessuno. Mai.

Ivan Peotta – Statistico e consulente finanziario – Vicenza

UN MESE DI GUERRA

È passato un mese dall’inizio della guerra in Iran. Molti si chiedono quanto durerà, altri chi vincerà, io mi chiedo:

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