YOLO Economics: i giovani hanno perso la bussola?

YOLO, ovvero You Only Live Once: “Si vive una volta sola”. Fateci caso, probabilmente lo avete notato su un tatuaggio o in qualche meme sui social. Una sorta di inno a “cogliere l’attimo” riesumando un film come “L’attimo fuggente” che ha tentato e in certi casi è riuscito a plasmare la filosofia di vita degli adolescenti della Generazione X, per poi finire dimenticato, assieme al “Piccolo principe” tra quelle cose per ragazzini che si pensa non servano una volta diventati adulti. 

Dall’attimo fuggente al presente che non fugge più

Sembra che questo acronimo sia uscito dal virale e stia entrando a pieno titolo nel novero dei fenomeni economico-sociali post pandemia. Galeotto fu il lockdown, quel periodo in cui tutti si chiusero in casa per lavorare, studiare o fare nulla. Nonostante il tentativo di molte aziende di riportare sotto il controllo diretto l’operato dei dipendenti, il fatto di poter lavorare da casa, di poter avere tempo per una pausa senza necessariamente sottostare a orari vincolati e poter trovare il giusto equilibrio tra lavoro e vita personale, è entrato nelle menti delle persone con la stessa consistenza di un virus.

Il lockdown: la rivelazione che non dovevamo avere

Scoperto che alcuni lavori si possono fare da casa, per quale motivo devo tornare a perdere 2/3 ore nel traffico tutti i giorni, quando quel tempo lo posso dedicare alla famiglia, al mio benessere facendo una corsa o semplicemente dormendo un’ora in più? YOLO è un fenomeno tipico della generazione Z, in parte sposata anche dai tardi Millenials. Facciamo un piccolo excursus storico: chi è nato a cavallo del secolo ha assistito a una serie di eventi che hanno portato il mondo ad essere molto meno un posto ideale dove vivere. 

Generazione Z: sopravvissuti a un secolo in anticipo

Dall’11 settembre 2001, reale spartiacque tra i due secoli, gli eventi “disastrosi” si sono susseguiti con una velocità incredibile se paragonati ai meravigliosi anni 90! Addirittura i fratelli Wakowski in “Matrix” lo definivano il periodo migliore della nostra storia. In fatti lo era: USA e URSS avevano finito di farsi la guerra fredda, il capitalismo aveva deciso di colonizzare tutto il mondo rimasto e la crescita sembrava un destino scolpito sulla pietra. Poi terrorismo, crisi finanziaria globale, crisi dei debiti sovrani, rigurgiti nazifascisti, pandemia e guerra. Tutto in un quarto di secolo. Per chi legge sui libri di storia la noiosa narrazione dei giorni a fine XX secolo vien voglia di dire “fatemi scendere!” Non è un elemento da sottovalutare il fatto che oggi guardiamo a tutte le persone con meno di 35 anni come dei precari, più di qualcuno ha raccontato che la precarietà è la nuova normalità, che avrebbe vinto chi sarebbe riuscito a sopravvivere in un mondo sempre più dinamico e competitivo. Ecco quindi che si inizia a ipotecare il futuro e indebitarsi per comprare il valore attuale di un sogno che nessuno garantisce  si realizzerà.

Precarietà come normalità, debito come investimento

C’è un elemento che apre nuovi approcci alla vita delle persone nate a cavallo dei due secoli: internet. La conoscenza è disponibile e mentre sta letteralmente ipnotizzando i Boomer e parte della GenX in ipotesi di complotto più disparate utili solo a generare un popolo stordito dalla rincorsa all’apparenza, la YOLO economics mette in guardia le nuove generazioni di fronte l’ipotesi di fare la fine della mamma che si rintrona davanti ai video di gattini su Instagram tutte le sere dopo cena. In tutto questo le informazioni a disposizione vengono analizzate dalle nuove generazioni come un prezioso avvertimento sugli errori da non commettere. Sia chiaro: sono errori tutto ciò che nel vissuto viene ritenuto errato, in funzione della propria formazione e inclinazione. 

Burnout: quando l’esaurimento diventa un KPI

Precarietà lavorativa, lavoro sempre più stressante e siamo arrivati a parlare di burnout, perché esaurimento nervoso fa troppo “ospedale psichiatrico”.
A differenza dei boomer che di fronte a un licenziamento chiedono che qualcuno faccia qualcosa, i GenY e GenZ sono nati in un liquido amniotico fatto di precarietà, dove il tema della carriera sicura è solo una chimera raccontata da chi ha avuto molto dai periodi d’oro. Pur facendone parte noto sempre di più che la GenX è la più specializzata nell’accusare fattori esterni come capri espiatori della propria inettitudine. Sì, esistono tantissimi casi di eccezionale capacità di lavoro, dedizione e comprensione del mondo tali da generare grandi imprenditori illuminati, ma chi deve fare un lavoro subordinato spesso cerca altrove la propria gratificazione, o limitando il lavoro stesso a una parentesi della vita atta a finanziare il resto o facendo in modo che il famoso work-life balance sia a suo favore. YOLO non è nichilismo, non è abdicare alle proprie responsabilità: è una chiara strategia di sopravvivenza dove vince chi trova il giusto equilibrio tra vita e lavoro senza dover attendere la pensione per iniziare a vivere. Se il futuro è incerto, il presente diventa il vero investimento.

Mobilità lavorativa: non instabilità ma strategia

I primi vagiti di questa nuova filosofia economica sono arrivati dopo la pandemia. Il 2021 ha portato una serie di licenziamenti di massa da parte di persone che hanno scelto di focalizzare maggiormente l’attenzione al famoso bilancio vita-lavoro. Forse perché la pandemia ha messo tutti nella condizione di pensare alla fragilità della vita? Va da se che è stato coniato un altro termine: bullshit job. Si tratta di un termine pensato da David Graeber, rappresenta un lavoro così privo di senso, utilità o necessità che persino chi lo svolge non riesce a giustificarne l’esistenza. Il classico “chi me lo fa fare?” tipico di qualche crisi di mezza età, è diventato un dilemma che invade sopratutto gli under 40, che in nome di una maggiore mobilità lavorativa, flessibilità oraria sono pronti a rinunciare alla fedeltà aziendale che rendeva alcune zone dell’Italia una sorta di esperimento corporativista nipponico in salsa al pomodoro. 

Imparare un’arte, metterla da parte e poi rivenderla
Resta il fatto che il fenomeno non è limitato alle nostra latitudini, men che meno alle longitudini e non coinvolge solo la flessibilità di orario, ma anche il tempo, il benessere fisico e psicologico e spesso le scelte etiche che stanno alla base del business che impiega il dipendente. Altro aspetto molto curioso è come le generazioni più giovani siano più propense al cambiamento e maggiormente consapevoli che cambiare significa accumulare know how, il cosiddetto “impara un’arte e mettila da parte” che raccontavano i nostri nonni, quelli della Silent Generation. Più lavori significa più esperienza e competenze da rivendere a chi offre condizioni di welfare ed economiche più interessanti. 

I colloqui al tempo dell’inverno demografico

Non è vero che i giovani sono viziati, forse siamo noi invidiosi del fatto che non vogliono sprecarsi. Va da se che i colloqui di lavoro hanno invertito i ruoli. Complice l’inverno demografico, un colloquio di lavoro è diventato una sorta di audizione per trattenere risorse umane. L’HR Manager di un’azienda una volta era quello che doveva licenziare senza pietà e pronunciare la fatidica frase “le faremo sapere” ai colloqui di assunzione. Ora deve trovare risorse per trattenere le figure più professionalizzate e si sente dire “vi farò sapere” dai candidati all’assunzione.

Chi resta troppo fermo, finisce fuori mercato

Sembra quindi esserci uno scontro pacifico tra generazioni. Da un lato i Boomer e la Gen X, dall’altro i Millenials e la Gen Z. I primi figli dei sacrifici post bellici hanno appreso l’immobilismo restando per decenni nello stesso ufficio, anche se infelici: la paura di perdere il posto fisso era superiore alle opportunità che un cambio poteva portare. Dall’altra parte i giovani che chiedono rispetto del tempo, non dello stipendio, o non solo, e cambiano lavoro per coerenza non per capriccio. La calcificazione di una mentalità conservatrice sul posto di lavoro ha portato a trovare sempre meno competizione e meno competenze, da qui la crescente insoddisfazione da parte della migliore gioventù (di qualche anno fa) che vedeva le proprie capacità non riconosciute in nome di promozioni politicamente correte (vedi le quote rosa) o figlie di quelle che sono diventate le raccomandazioni, ma che di fatti erano delle vere e proprie sponsorizzazioni interne, perché “se vai bene a lui di cui mi fido, puoi andare bene anche a me”. Se apparentemente questa può essere intesa come instabilità, invece diventa una forma di selezione naturale, a livello di risorse lavorative e di competenze, che le aziende possono scambiarsi e sottrarsi qualora maggiormente attrattive. La concorrenza passa dai candidati alle aziende che sono costrette a trovare il giusto equilibrio vita-lavoro per attrarre le competenze più importanti per il loro business.

Il vecchio contratto sociale: tempo in cambio di stabilità

Chiaro che esistono ancora molte, moltissime realtà ferme alla logica pre pandemica, quell’economia per cui il dipendente fornisce il proprio tempo al datore di lavoro in cambio di una remunerazione, il datore di lavoro non chiede un necessario aggiornamento al dipendente e quest’ultimo a fronte di una fedeltà aziendale, riceve stabilità reddituale anche se spesso non in linea con inflazione. La YOLO è un trend? Una moda? Una finestra sul futuro del lavoro? Certo che in età più giovane le scelte possono sembrare più impulsive, vero anche che l’elasticità mentale aiuta anche a trovare le risorse per far fronte a eventuali errori anche importanti, ma questo rischio va messo nel novero. Altrettanto vero che sempre più giovani vedono gli errori come opportunità di crescita e meno come indelebili marchi di inettitudine. Certo è che se la YOLO Economics dovesse espandersi oltre le figure più apicali o professionalizzate, questo richiederebbe una maggiore flessibilità alle aziende, che non sarebbero tutte in grado di far fronte a richieste esaudibili con il welfare o le condizioni lavorative ad personam. Certo è che in tal caso, non riuscendosi ad adattare, potrebbero perdere i migliori talenti e quindi mettere in difficoltà se non in crisi il modello di business stesso. 

La “gavetta” che dura vent’anni

La saggezza di chi ha una barba un po’ più bianca può portare a suggerire un giusto equilibrio. Il sacrificio c’è in tutti i lavori e pensare di trovare la remunerazione per far nulla è la solita chimera su cui si stanno arricchendo venditori, coach e ciarlatani vari. Allo stesso tempo quella che una volta si chiamava “gavetta” non dovrebbe durare vent’anni nella vita di una persona. Un quarantenne oggi sembra ancora uno che sta facendo pratica, anche se è più professionale e preparato di un settantenne che non molla il posto di lavoro perché banalmente non saprebbe che cosa fare nella vita visto che l’ha riempita solo del lavoro e non ha mai provato nemmeno a cercare qualcosa al di fuori. Resta quindi un equilibrio tra due forze: un mondo vecchio che vive per lavorare e uno nuovo che vuole lavorare per vivere, ma vivere. Al solito, se si tratta di un trend o di una moda, lo dirà il mercato. Lo capiremo quando vedremo se questo elemento è o meno un discrimine per determinare quali saranno le aziende più produttive e all’avanguardia sulla base dei parametri con cui le misureremo fra 5, 10 o vent’anni. È un fenomeno lento, ma come tale, non va sottovalutato. Forse non hanno perso la bussola, forse è cambiata la mappa. Non è una moda: è una mappa. Il tempo ce ne darà esito.

UN MESE DI GUERRA

È passato un mese dall’inizio della guerra in Iran. Molti si chiedono quanto durerà, altri chi vincerà, io mi chiedo:

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