In questo Paese in cui si alza il gomito di fronte al baratro ma si abbassa lo sguardo di fronte alla miseria, parlare di lavoro, dignità e libertà è diventato un esercizio retorico da seconda serata su Rai3. Una specie di giaculatoria laica da declamare mentre ci si illude che un click su Change.org possa salvare il mondo. E intanto, il mondo cade a pezzi. O meglio: cade a pezzi il mondo di chi non ha voce. Di chi, più che una voce, ha un rantolo.
Cominciamo dai numeri, che non mentono. L’ISTAT ci racconta da anni che la povertà assoluta in Italia è in crescita. Quella relativa, poi, si spalma come la marmellata scadente sulle fette di pane dei talk show, dove si parla della “gente” come si parlerebbe di una razza in via di estinzione. E questa povertà non è più, come ci illudevamo, la povertà folcloristica del vecchietto col cappello che vende rose al semaforo. È la povertà del padre separato che dorme in macchina, del laureato che consegna pizze a 2,50 euro l’ora, della cassiera cinquantenne che vive col terrore di un contratto che scade il mese dopo.
Eppure si parla ancora di lavoro come se fossimo negli anni ’70. Come se la catena di montaggio della Fiat di Mirafiori fosse ancora il cuore pulsante dell’economia. Il sindacalismo (o meglio, la sua caricatura attuale) pontifica ancora come se fossimo nell’epoca di Lama e Berlinguer, mentre intorno ci sono gli stagisti che fanno caffè a costo zero e rider che dormono nei sottoscala. Landini, con tutto il rispetto per la sua sincerità d’animo (che è cosa diversa dalla lungimiranza politica), sembra più preoccupato a smontare il Jobs Act che a capire cosa sia oggi un “lavoro” nel mondo liquido e digitale in cui anche lo sfruttamento ha fatto il salto quantico.
Dall’altra parte, sul fronte delle destre populiste, la risposta è ancora più desolante. Laddove la miseria esplode e le città, da Milano a Napoli, da Firenze a Roma, cominciano ad assomigliare a certi sobborghi sudamericani, l’unica proposta è la rimozione estetica: via i senzatetto dalle panchine, via i bivacchi dai portici, via i mendicanti dai sagrati. Come se l’elemosina fosse una bestemmia e non il sintomo di una malattia. Il povero, il miserabile, il marginale diventano così un fastidio visivo, un dettaglio dissonante nell’arredamento urbano della borghesia indignata. Non ci si chiede come mai quella persona sia lì, con la schiena piegata e lo sguardo vuoto. Ci si chiede perché lo Stato non la tolga di mezzo.
Eppure, basterebbe pochissimo. Quante volte date un euro al questuante che occupa il sottoportico? Fateci caso. Quel povero Cristo se raccogliesse anche solo 10 euro al giorno potrebbe garantirsi un letto dignitoso, un pasto caldo e un minimo di assistenza. E quante volte vi è capitato di donare anche davvero un minimo alle mense cittadine o ai medici volontari? Dare da mangiare agli affamati non rappresenta solo l’osservanza di un principio religioso ma è una delle forme più alte di solidarietà. Ma si preferisce investire in telecamere di sorveglianza, ronde notturne e decreti securitari. La povertà non va sconfitta: va nascosta.
Ma torniamo al lavoro, cioè alla radice della dignità. Il lavoro oggi non è più quello descritto dalla Costituzione, ma una chimera. E la sinistra, anziché aggiornare il concetto, lo imbalsama. Parla di “occupazione” come se il lavoro dipendente fosse ancora la norma, quando ormai l’economia è fatta di freelance precari, partite IVA involontarie e “collaborazioni” che sembrano contratti, ma sono solo ricatti. Le nuove generazioni, quelle che ancora hanno la forza di arrabbiarsi, non chiedono più un contratto a tempo indeterminato, ma semplicemente di poter vivere senza l’ansia di finire sotto sfratto. Ma la risposta che ricevono è una litania sindacale che puzza di muffa.
Nel frattempo, l’ascensore sociale si è rotto. E nessuno chiama il tecnico. I salari sono fermi da vent’anni, mentre l’inflazione galoppa come un cavallo impazzito. E chi guadagna 1.200 euro al mese (quando va bene) viene accusato di non “sapersi accontentare”, come se il problema fosse nell’avidità e non nella struttura iniqua del sistema.
E allora, che fare? Forse ricominciare da quelle tre parole che danno il titolo a questo sproloquio. Lavoro, sì, ma che sia degno. Dignità, sì, ma non paternalistica. Libertà, soprattutto: non quella dell’algoritmo che decide il tuo orario, ma quella di potersi costruire un futuro senza dover essere figli di papà o abili truffatori.
Non servono le utopie. Serve il realismo delle piccole cose: un salario minimo serio, un reddito di dignità che non sia elemosina, una vera politica per la casa, e soprattutto, una narrazione che non umili chi è rimasto indietro.
Perché la vera vergogna non sono i poveri. La vera vergogna è che ci scandalizzino.
Buon primo maggio.










