Francesco è morto. E con lui, non senza un certo sollievo in certi sacri palazzi e in certe redazioni, muore anche l’ultima, e più irriducibile, delle sfide al pontificato classico: quella di un uomo che ha fatto del papato un ufficio mobile di misericordia, un confessionale globale e un cantiere aperto a cui mancava, direbbero i benpensanti, il permesso di costruire.
Bergoglio non era un intellettuale teutonico, né un ierofante della liturgia, né un poliziotto della dottrina. Era un gesuita argentino. Uno che ha letto il Vangelo nei bassifondi, più che nella Summa. Che ha camminato nei barrios e ha pregato con i cartoneros, i poveri raccoglitori di cartone di Buenos Aires. E questa origine, questa geografia esistenziale, non l’ha mai smentita.

Ma parliamoci chiaro. Francesco non è stato solo il papa dei poveri. È stato anche il papa degli scomodi. Ha dato voce agli ultimi e tolto il microfono ai penultimi. Ha parlato tanto del sud del mondo da far pensare che il nord fosse un errore della cartografia. Ha celebrato l’Islam come religione di pace anche quando la cronaca lo smentiva, come se la pace fosse un’ipotesi di scuola e non un’esperienza rischiosa. E non ha mai pronunciato una condanna piena, senza se e senza ma, dei fondamentalismi islamici. Forse per diplomazia. Forse per teologia. O forse per quella sua profonda avversione per il giudizio netto.
L’episodio di Charlie Hebdo fu rivelatore. Un attentato sanguinoso, il jihad che colpisce nel cuore dell’Europa, la libertà di espressione sotto assedio, e Francesco che, davanti al mondo intero, dice che “non si può provocare, non si può insultare la fede altrui” e aggiunge: “Se qualcuno offende mia madre, gli do un pugno”. Ecco, ci fu un istante in cui la laicità europea, quella che ha pagato con il sangue la libertà di satira, si sentì tradita. Non da Dio, ma dal suo vicario. In quel pugno figurato si consumò lo scarto tra il Papa che ascolta tutti e l’Occidente che cominciava a non sentirsi più ascoltato da lui.

Ma attenzione: questo non significa che Francesco fosse un nemico dell’Occidente. Sarebbe banale, e Bergoglio banale non lo è mai stato. Piuttosto, era un critico interno, come quei padri severi che amano i figli senza risparmiargli la verga della correzione. Vedeva nell’Occidente un mondo narcisista, invecchiato, autoreferenziale, incapace di credere a qualcosa che non fosse se stesso. Un mondo dove la natalità crolla e i cani sostituiscono i bambini, dove si confonde la libertà con il capriccio e l’identità con l’hashtag. E gliel’ha detto. Con forza. Con quella rudezza pastorale che è sembrata, talvolta, più uno schiaffo che una carezza. Tanto da subire pure l’accusa di essere eccessivamente filorusso nella guerra in Ucraina. Accusa che ha basi reali, visto che Bergoglio parlava chiaramente di “Nato che abbaia ai confini russi” sposando la tesi propria del sud del mondo per cui noi, in poche parole, siamo i cattivi e ce la cerchiamo.
I suoi critici parlavano di “terzomondismo spirituale”, come se fosse un vizio. Ma per lui il terzo mondo era il primo nel cuore di Dio. La globalizzazione dello scarto gli sembrava il vero peccato originale contemporaneo. E allora ha parlato di ambiente, di sfruttamento, di guerre dimenticate, come un segretario dell’ONU con i sandali del pescatore. Ha riempito piazze e svuotato curie. Ha affascinato i laici e lasciato perplessi i cattolici. Ha detto che la realtà è superiore all’idea, e con quella frase, che suona come una bestemmia nei corridoi della dottrina pura, ha rovesciato l’altare dell’ideologia.

Eppure, ora che è morto, lo piangono anche quelli che non l’hanno capito o che, capendolo, non l’hanno amato. Perché Francesco è stato, più che un Papa, un sintomo. Il segno che la Chiesa non può più essere un museo delle certezze, ma deve diventare un laboratorio della speranza. Che il tempo è superiore allo spazio (altro mantra bergogliano) e che le verità più grandi vanno seminate, non imposte.
Con lui muore anche l’idea che il Papa debba essere infallibile nella comunicazione, impeccabile nella visione, inattaccabile nei giudizi. Francesco era fallibile, umano, errante, come il patriarca Abramo. Ma, come Abramo, camminava. Non stava fermo. Non aspettava che le pecore venissero all’ovile. Usciva, e spesso si perdeva. Ma nel perdersi, trovava.

Ora lo seppelliranno tra due secoli di papi, ma il suo spirito rimarrà in sospensione. Amato e odiato, come accade solo ai grandi. Gli storici discuteranno se abbia fatto più bene o più danno. Ma i poveri del mondo, quelli che non leggono le encicliche e non analizzano i documenti sinodali, ricorderanno che un giorno, un Papa venne da loro. E si inginocchiò.
E questa, in fondo, è la cosa più cristiana che un uomo possa fare.










