Me lo chiedono da mesi, con quel tono da illuminata: «Ma come, due donne ai vertici della politica italiana e tu non esulti? Una premier e una segretaria del principale partito d’opposizione, finalmente il soffitto di cristallo è in frantumi, le bambine di oggi sapranno che possono tutto». E io, ogni volta, rispondo con la stessa faccia da funerale: no. Non sono contenta. Anzi, sono pure un po’ incazzata. Perché la retorica della “donna al potere = vittoria per tutte” è la stessa porcheria intellettuale di chi crede che un nero a capo della Casa Bianca abbia automaticamente risolto il razzismo o che un gay in Parlamento abbia sanato l’omofobia. È la favola woke applicata al genere: basta mettere una vagina in posizione di comando e zac, arriva l’emancipazione collettiva. Peccato che la vagina, da sola, non abbia mai migliorato una legge, una strategia, un discorso pubblico. Serve anche un cervello. E qui, care sorelle, il cervello latita. Partiamo da Giorgia Meloni, la premier più a destra d’Europa, quella che ha vinto promettendo di difendere la famiglia tradizionale e poi ha scoperto che la famiglia tradizionale vota a destra ma non paga le bollette. Una che si è fatta eleggere sventolando il tricolore e il rosario e che ora governa come una qualsiasi democristiana di una volta: un po’ di assistenzialismo, un po’ di spot, tanto sovranismo a parole e zero coraggio sui conti pubblici. Ha messo le donne in prima fila? Sì, se per “donne” intendiamo lei e le sue fedelissime. Per le altre, quelle che lavorano, che fanno figli, che pagano le tasse, ha prodotto un “family act” che sembra scritto da un comitato di suore degli anni Cinquanta. Ma soprattutto: ha portato al governo una visione del mondo in cui la donna è ancora un po’ angelo del focolare e un po’ guerriera della patria, purché non rompa troppo i coglioni sui diritti riproduttivi. E qui arriviamo al punto: Meloni non è di sinistra, e va bene. Il problema non è che non sia femminista (il femminismo di sinistra è già un ossimoro vivente). Il problema è che non è nemmeno particolarmente brava. Governa con la stessa furberia di un ragioniere che ha ereditato l’azienda di famiglia: tiene botta, fa la faccia seria nei talk, posta i selfie con Zelensky, ma quando si tratta di scelte vere – fisco, immigrazione, scuola – naviga a vista. E la cosa più irritante è che ogni volta che qualcuno la critica, parte il coro: «Attenti, state attaccando una donna». No, cari, stiamo attaccando una premier che ha promesso la rivoluzione e ci ha consegnato il solito teatrino. Il genere è irrilevante. Se fosse un uomo con la stessa mediocrità, lo diremmo lo stesso: è scarso. Poi c’è Elly Schlein, la speranza della sinistra post-renziana, la giovane (quarantenne) che doveva incarnare il nuovo, il diverso, il futuro. Lei parla di diritti, di inclusione, di ambiente, di Palestina, e nel frattempo il partito diventa un vuoto contenitore del nulla. Ha vinto le primarie promettendo di essere “la prima segretaria donna e lesbica” (come se la lesbica fosse una qualifica professionale) e ha trasformato il Pd in un comitato studentesco che litiga su quante bandiere arcobaleno mettere sul palco. La sua opposizione a Meloni è talmente inconsistente che a volte mi chiedo se non sia un accordo segreto: Meloni fa la statista, Schlein fa la influencer di sinistra, e insieme tengono in vita il bipolarismo più noioso della storia repubblicana. Schlein ha la stessa capacità di leadership di un gruppo WhatsApp di amiche che non si mettono d’accordo sul ristorante. Dice cose giuste – la precarietà, il salario minimo, il climate change – ma le dice con quel tono da catechismo laico che fa venire voglia di convertirsi al berlusconismo solo per dispetto. E anche qui, la solita litania: «Critichi Schlein perché è donna». No, la critico perché è una segretaria che ha ereditato un partito allo sbando e lo sta portando dritto nel baratro. Il punto è semplice: il potere non è un premio di consolazione per il genere femminile. Non basta essere donna per essere brava, come non basta essere uomo per essere stronzo. Meloni e Schlein sono lì perché una ha saputo cavalcare l’onda sovranista meglio degli altri, l’altra ha saputo intercettare il voto di chi voleva “cambiare tutto” senza cambiare niente. Sono due casi di marketing politico riuscito, non due prove che il patriarcato è morto. E quindi, avere una donna premier e una capo dell’opposizione è bello, emozionante, storico. Ma se il risultato è questo – una destra che governa come la Dc con il tricolore e una sinistra che parla come una tesi di laurea su Judith Butler – allora no, non sono contenta. Preferivo quando le donne al potere erano eccezioni che dimostravano un talento fuori scala (Thatcher, per dire, o anche solo la Merkel, che almeno non ti faceva venire il latte alle ginocchia). Queste due, invece, dimostrano solo che il soffitto di cristallo si è rotto perché sotto c’era già una moquette di mediocrità. Le bambine di oggi guarderanno Meloni e Schlein e penseranno: «Ah, quindi per arrivare in alto basta essere donna, anche se sei così così». E noi, le donne adulte che non siamo contente, glielo diremo chiaro: no, tesori. Per arrivare in alto serve essere bravi. Il resto è solo retorica da talk show. E la retorica, si sa, non ha mai pagato l’affitto.

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