Non avrei mai pensato di scrivere un articolo sugli 883. La recentissima serie tv Sky sulla storia e l’ascesa del duo di Pavia ha portato alle cronache non tanto la riscoperta artistica di Pezzali e Repetto, che non erano gli U2 allora e non lo sono certo adesso, ma tutto quel mondo “provinciale” da cui venivano e che permea ogni parola delle prime canzoni di una band che ha fatto successo proprio perché parlava come mangiava. Dietro alla serie di Sydney Sibilia (già artefice di gioiellini come la piccola saga “Smetto quando voglio” e i film “L’incredibile storia dell’isola delle rose” e “Mixed By Erry”) c’è un lavoro quasi antropologico sul significato reale del crescere nella provincia italiana e sentirsi irrimediabilmente underdog. A seguito del meritato successo, ora c’è un’attenzione retrodatata verso il “fenomeno” 883 che è tipica dei periodi di crisi. Recentemente abbiamo parlato del concetto di analogicostalgia, coniato da Gian Marco Mancassola nel suo libro sulla Vicenza degli anni ’90, e sempre in quella decade i due “sfigati” pavesi arrivavano al primo posto in classifica. Il punto, e il motivo di questa riflessione, è che Max Pezzali in una recentissima intervista ha rilasciato una dichiarazione piuttosto illuminante. Ha detto così: “La città tende a diventare autoreferenziale e a Milano sono convinti che il mondo sia solamente il loro, ma poi esci appena mezz’ora fuori e ti rendi conto che la realtà è molto diversa. Cambia la percezione di sé e cambiano le cose di cui si parla al bar e cambia il modo di sentirsi adeguati o no. Per questo io vedo le cose davvero lontane rispetto al bosco verticale e le ho sempre viste così”. Il primo pensiero è stato: oibò, la sinistra riparta da Pezzali!

Siamo nella settimana del voto americano forse più importante della storia. Il vice designato di Trump, JD Vance, nel 2016 pubblicò un libro di un’importanza epocale che si chiama “Elegia Americana” e descrive alla perfezione il contesto socio-economico di chi un tempo aveva posizioni liberal e ora con rabbia e rancore sposa la destra repubblicana. Un libro che farebbe bene a leggere la sinistra italiana solitamente poco propensa a frequentare la realtà. Non si pensi si stia uscendo fuori tema, si parla sempre di provincia e si parla sempre di reale percezione di come la gente vive il quotidiano. Siamo sicuri che nel 2024 ci serva una serie tv per ragionare su quanto le metropoli si siano allontanate dal sentimento popolare? Edmondo Berselli, uno che faceva l’opinionista quando ancora c’erano gli opinionisti, che era ironico e disincantato quando ancora c’era ironia e disincanto, disse 30 anni fa (e non oggi): “Possibile che nessuno si sia accorto che gli 883 rappresentano innanzitutto un’operazione sociologica, magari irritante ma irrilevante proprio no? Possibile che nessuno abbia sospettato che rappresentino quel pezzo d’Italia che viene su fino a noi dagli anni Cinquanta?”. Ecco, si, è possibile.

Negli anni dei Nirvana e di Björk dire che ti piacevano gli 883 era una (sacrosanta) condanna a morte sociale. Li ascoltavano solo i dodicenni anagrafici e mentali. Poi è successo quello che è successo con gli ABBA e altri ex impresentabili. Adesso tutti rimpiangono quell’epoca. Elia Nuzzolo, il Max Pezzali nella serie, dice: “Mi sarebbe piaciuto vivere nell’epoca degli 883, non c’erano gli smartphone e la gente si godeva la vita”. Siamo alle solite, analogicostalgia. D’altronde Hanno ucciso l’uomo ragno è un racconto di formazione, mescola nostalgia, scoperta e gusto per gli oggetti di un’epoca (dalle musicassette alle vhs) e la regia è di uno dei “cantori” delle generazioni in cerca d’identità. Ma quel che sfugge è che non si sta parlando dei bei tempi andati o sempre e solo di qualcun altro, ma si sta parlando di noi, di oggi, della provincia reale e percepita del 2024. Pavia fa 70 mila abitanti quindi è più vicina a Bassano del Grappa che a Vicenza, eppure ha un’università storica e importante, ha la straordinaria pinacoteca Malaspina con i Bellini, gli Antonello da Messina ma anche i Guttuso e gli Hayez, ha dato i natali o ospitato molti personaggi famosi in vari campi come la politica, l’arte, la medicina, la scienza, la letteratura e lo sport, pensiamo a Depetris, la Duse, Garibaldi, Cesare Lombroso, Gianni Brera, Enrico Mattei. Però di Pavia gli 883 parlano solo come una città in cui non c’è niente da fare l’estate, lo strapaese con “due discoteche e 106 farmacie”. E qui scatta il contatto. Perché pure il vicentino medio sposerebbe tranquillamente la stessa causa e si sentirebbe intrappolato in una città da cui “con un deca non si può andar via”. Ed è in questo malinteso, o malcontento non razionalizzato, che nasce l’assurda polarizzazione tra grande città e città di provincia. Una polarizzazione che ha portato da una parte chi vive nei grossi centri a sentire che il mondo sia solamente il loro e da un’altra ad avere la percezione che se vivi in provincia o, peggio ancora, in periferia, sei condannato ad una vita di quarta mano, con le conseguenze psicologiche e fattuali che ne conseguono.

In realtà il nostro mondo, in apparenza globale, in fin dei conti non è che un pianeta con migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all’altra, ognuna delle quali è una solitaria stella che brilla per conto proprio. Vicenza si specchia in questa realtà e dovrebbe essere fonte di un po’ di orgoglio e parecchia riflessione. La provincia può essere salvifica. Luciano Bianciardi diceva che proprio nella provincia più spesso nasce la cultura perché i giovani hanno più tempo per parlare. Di sicuro la provincia riesce ancora a tutelare dei rapporti emotivi e sentimentali fondamentali, in sostanza c’è maggiore rispetto per l’individuo. La noia, poi, la famosa noia di provincia, può non essere quella roba da bar sport e caffè e sigarette, ma la bella noia di quando vorresti fare, sei pieno di vita ma non ci sono opportunità e allora dal nulla devi inventarti qualcosa. In una delle ultime scene della serie, Mauro Repetto chiede all’amico “Se io non canto cosa faccio?”. Forse questa storia ci piace perché siamo un po’ tutti noi Mauro Repetto, che non facciamo quel passo in più perché pensiamo non lo si possa fare anche da qui, in provincia. Non avrei mai pensato di scrivere un articolo sugli 883, e infatti non l’ho fatto.










