Cari vicentini, fermatevi un attimo. Fermatevi in piazza dei Signori, davanti alla Basilica che è il nostro Partenone laico, mentre il sindaco Giacomo Possamai accende l’albero e fa partire il video mapping che trasforma il palladiano in un sogno di luci. E dice, con quella semplicità che a volte è l’unica cosa che resta quando la retorica è morta: «Incontro cittadini che mi dicono che vorrebbero Vicenza più viva e io dico loro che Vicenza siamo noi e tocca a noi farla vivere». Ecco. Il sindaco ha detto la cosa più vera e più scomoda che si possa dire a una città che si sente morire un po’ ogni giorno. Perché Vicenza non è morta, è solo stanca di fingere di essere viva mentre si guarda allo specchio e vede le occhiaie di una nazione intera. Sicurezza, disagio, povertà. Parola d’ordine: degrado. I vicentini lo chiamano “il nostro degrado”, come se fosse un marchio DOP, un’esclusiva veneta. «A Vicenza non si può più andare in centro la sera», «A Vicenza ci sono spacciatori ovunque», «A Vicenza i negozi chiudono uno dopo l’altro». Come se Milano, Roma, Torino, Firenze, ma anche Treviso, Cremona, Brescia o la virtuosa Bologna non avessero gli stessi fantasmi. Come se il tossico che dorme sotto i portici di corso Palladio fosse un vicentino doc e non l’avanguardia di un esercito che marcia su tutta Italia da vent’anni. Come se i negozi chiudessero perché i vicentini sono diventati improvvisamente poveri di spirito e non perché Amazon e lo smart working hanno ucciso il commercio di prossimità ovunque, da Aosta a Ragusa e gli affitti rimangano altissimi. Siamo dentro un declino storico. Non è un incidente di percorso, è una tendenza strutturale. L’Italia invecchia, si impoverisce, si spaventa, si chiude. E Vicenza, che per secoli è stata la città dell’oro, del genio, dell’apertura al mondo – da Pigafetta a Scamozzi, da Trissino a Valmarana – oggi si scopre fragile come tutte le altre. Ma fragile non significa condannata. Perché Vicenza ha ancora l’oro. Non solo quello delle gioiellerie (che pure tiene), ma l’oro vero: il patrimonio immateriale che nessuna crisi economica può rubare. La Basilica, che è bellezza pura, concetto platonico fatto marmo. Il Teatro Olimpico, che è il teatro più perfetto del mondo. Abbiamo una tradizione artigiana che ancora fa invidia a mezzo pianeta. Abbiamo un tessuto di associazioni, di volontariato, di parrocchie, di circoli che è la vera infrastruttura sociale di questa città. Abbiamo, soprattutto, una borghesia che sa ancora cosa significa prendersi cura del bene comune. E allora il sindaco ha ragione: Vicenza siamo noi. Non è il Comune che deve “farla vivere” con qualche bandiera arcobaleno o con l’ennesimo festivalino di street food. Siamo noi che dobbiamo smetterla di lamentarci e cominciare a fare. A fare comunità, a fare rete, a fare bellezza.

E guarda caso, proprio in questi giorni di Natale, qualcosa si muove. La città si accende – letteralmente – e non è solo marketing natalizio. C’è l’albero in piazza, ci sono le luci, c’è il video mapping sulla Basilica che è una meraviglia tecnologica al servizio della storia. Ci sono i mercatini, certo, ma soprattutto c’è la mostra in Basilica: l’Olimpico in miniatura, l’“Olimpico da toccare”: l’Olimpichetto. Un nome quasi irriverente per un oggetto che è invece la sintesi perfetta del genio vicentino. Scamozzi che completa Palladio, il Seicento che rende eterno il Cinquecento, la provincia che dialoga con l’universo. Toccarlo è un atto di umiltà e di orgoglio insieme: perché quel teatro è piccolo solo nelle dimensioni, non nella statura. È il simbolo di ciò che siamo stati e di ciò che possiamo tornare a essere: una città che non si accontenta di sopravvivere, ma che osa essere internazionale senza tradire se stessa. Allora sì, Possamai ha ragione. Vicenza deve e può essere più viva. Ma non sarà lo Stato a salvarci, né l’Europa, né i bonus. Saremo noi. Con le nostre mani, con il nostro gusto, con la nostra testardaggine veneta che quando decide di fare una cosa la fa bene o non la fa. Accendiamo le luci, ma soprattutto riaccendiamo noi stessi. Buon Natale, Vicenza. E che sia un Natale di resurrezione.










