Sul colle del Cerro, a Brendola, si erge da quasi un secolo una gigantesca scheggia di fede e di pietra, alta ventotto metri e mezzo, larga quanto un campo da calcio, incompiuta, mai consacrata, mai usata per una messa, eppure più presente di tante cattedrali finite. La chiamano, appunto, l’Incompiuta, o la Chiesa Nuova, o il Duomo mancato di San Michele Arcangelo. È il monumento al desiderio di unità di un paese diviso, al sogno che la guerra spezzò, al silenzio che seguì, e ora – finalmente – al possibile riscatto. Tutto comincia nel 1926, quando il campanilismo divideva Brendola in quattro parrocchie nemiche. Quattro parroci, con un lampo di genio e di carità, decisero: basta fazioni, basta rivalità. Costruiamo una sola grande chiesa, centrale, geografica e spirituale, che metta tutti sotto lo stesso tetto. Nacque un comitato, si comprò il terreno sul Cerro, il vescovo Rodolfi diede il benestare nel 1928, la prima pietra fu posata nel 1931. L’architetto Fausto Franco disegnò un tempio ambizioso, in stile che oggi diremmo razionalista con venature eclettiche, e i brendolani – contadini, artigiani, famiglie intere – vi misero mano, sudore, denari, orgoglio. Nel 1933 la facciata già svettava, con la statua di San Michele Arcangelo alta quattro metri, opera di Giuseppe Zanetti, a guardia del colle. Poi arrivò la storia, quella con la maiuscola, crudele. La Seconda guerra mondiale. Il cantiere si fermò – per requisizioni, per mancanza di uomini, per fame, per paura – e non ripartì più. Le cause? Ancora oggi qualcuno parla di soldi finiti, altri di divisioni postbelliche, qualcun altro – nei racconti da osteria – insinua riti esoterici o maledizioni. Fatto sta che l’edificio rimase lì, a un passo dal tetto, dalle navate complete, dal sagrato finito: 1124 metri quadrati di volumetria, 5000 di superficie complessiva contando l’area, una rovina che non è rovina, un non-finito che inquieta e affascina.

Per sessant’anni e passa è stata degrado, pericolo statico, meta di curiosi, fotografi, appassionati di luoghi abbandonati, persino set per racconti gotici. Il FAI l’ha inserita nei Luoghi del Cuore, ma il cuore, per decenni, ha battuto debolmente. Ora, però, qualcosa si muove. Il governo ha sbloccato i primi fondi. Nel gennaio 2026 il Consiglio Superiore dei Beni Culturali ha autorizzato 520.000 euro per la messa in sicurezza, il recupero e la valorizzazione. Non è un’elemosina: è l’inizio di un percorso. Il Comune di Brendola, con l’Università IUAV di Venezia e la Soprintendenza, ha elaborato un progetto intelligente, non restauratorio nel senso museale, ma conservativo della “rovina”. L’Incompiuta non diventerà una chiesa “normale”: resterà incompiuta, ma sicura, abitabile, viva. Uno spazio multifunzionale per eventi, concerti, mostre, esposizioni; un giardino archeologico della memoria; un luogo che racconti la storia di un paese, la sua ambizione, la sua ferita. L’onorevole Silvio Giovine di Fratelli d’Italia ha parlato di “segnale concreto dello Stato dopo un secolo”. Ha ragione: dopo decenni di immobilismo, di progetti inevasi, di chiacchiere, arriva un atto concreto. Il sindaco e l’assessore Rodighiero promettono di inseguire i tre milioni necessari per completare l’opera – non il completamento architettonico, ma quello simbolico e funzionale. Brendola potrà così riappropriarsi di un simbolo che era diventato spettrale: da monumento al fallimento a emblema di riscatto. Perché l’Incompiuta non è solo una chiesa mancata. È il ritratto dell’Italia: capace di grandi slanci unitari, fermata dalla storia, dal denaro, dalle divisioni; eppure ostinata, visibile da lontano, capace ancora di stupire. Completarla non significa coprirla con un tetto e far finta di niente. Significa accettare il non-finito come valore, trasformarlo in bellezza abitata, in memoria attiva. È il compimento non dell’edificio, ma del sogno che lo generò. Un sogno di unità che, dopo cento anni, potrebbe finalmente trovare pace.











