Lo diceva già mia nonna, con la voce di chi sapeva tutto e non capiva niente: “non ci sono più le mezze stagioni”. E lo diceva ogni anno, di solito mentre io mi ostinavo a mettere le ballerine a marzo, perché “è primavera” — e poi uscivo, e pioveva, e tornavo con i piedi che odoravano di tristezza.
E adesso? Adesso le mezze stagioni non ci sono davvero, ma non come lo intendeva lei: non perché “non ci sono più i climi di una volta”, ma perché non ci sono più i ritardi, le sfumature, le attese. O è agosto o è novembre, anche a maggio. Anche a ottobre. Il meteo, come tutto il resto, è diventato binario: o ti bruci o ti ghiacci, o sei felice o sei disperato, o sei online o sei morto.
Una volta il cambio di stagione era un rito. Si tiravano fuori i maglioni con l’odore di armadio e di naftalina, si decideva di mettere via i sandali con un sospiro, come si archivia un flirt che “non è il momento”. Adesso, invece, non c’è più tempo nemmeno per il tempo: un giorno fa trenta gradi e il giorno dopo venti di meno, e tu resti lì, con il cappotto aperto e la giacca di lino, a chiederti se è la Terra a impazzire o solo tu che non sai più vestire le mezze misure.
Perché la verità è che la fine delle mezze stagioni è solo il modo meteorologico per dire che non sappiamo più stare nel forse. Non vogliamo il fresco dopo il caldo, vogliamo il clima perfetto, l’amore perfetto, la pelle perfetta. Le mezze stagioni ci ricordavano che tutto cambia piano, che l’inverno non diventa estate con uno swipe. E forse è quello che ci manca: non il maglioncino di cotone, ma l’idea che ci fosse ancora un tempo in cui le cose si aggiustavano da sole, lentamente, mentre noi mettevamo via i vestiti sbagliati.

La classifica della Provincia di Vicenza su Giustizia e sicurezza
La classifica provinciale sulla Qualità della vita 2025 mette in evidenza un dato che non può essere ignorato: il peggioramento









