I dieci dischi dei secondi tre mesi dell’anno

Ogni trimestre vi consigliamo 10 dischi tra quelli usciti nei mesi in questione. Ecco quelli usciti tra il primo aprile e il 30 giugno. Qui quelli del primo trimestre.

English Teacher “This Could Be Texas”

Nel Regno Unito ultimamente è in corso un vero revival post-rock. Come spesso storicamente accade, gli inglesi riprendono stilemi puramente Made in Usa e li ripropongono rivisti e corretti. Parliamo di band come i Black Country New Road, Black Midi, Still House Plants, e ora questi bellissimi “English Teacher” che ricamano barocchismi folk e spoken words che nella title track ricordano addirittura le migliori pagine dei Gastr Del Sol (di cui parliamo dopo).

Maruja “Connla’s Well”

I Maruja sono mancuniani e sono giovani. Fanno qualcosa che è impossibile non amare ed è altrettanto impossibile non mettere nelle caselle della memoria perché è stato davvero già fatto prima. Post-tutto, letteralmente. Ma talmente vivi, tellurici, iconoclasti e “free” da essere una delle esperienze più fisiche e profonde attualmente là fuori. Punkjazz o Jazzpunk. Chissenefrega alla fine. Tanto il rock è finito 20 anni fa, quindi perché ascoltare roba nuova? Beh, qui ci sono i Morphine, i Fugazi, i Tortoise, ma anche i Bad Seeds, ma fino addirittura ad echi Van Der Graaf Generetor ma poi altre cose simili o meno simili e anche più vecchie.

St.Vincent “All Born Screaming”

Annie Clark non ha mai davvero sbagliato un disco fino in fondo, però è difficile dire quale sia il suo top e inquadrarla bene definitivamente. L’omonimo album del 2014 all’epoca sembrò il suo disco migliore, come a consolidarla dopo la fruttuosa esperienza collaborativa con David Byrne, poi arrivò “Masseducation” col suo glam pop plasticoso e ancora la direzione pareva mutata. Mancava il disco “compendio”, quello in cui usciva l’artista raffinata, la superba chitarrista e la compositrice di un art- rock mutante e cinematico. Ed eccolo qui. “All Born Screaming” ha tutto per essere il disco a 360° di St Vincent. Un collage sonoro degli ultimi 40 anni di musica.

Kamasi Washington “Fearless Movement”

“Fearless Movement” è un trionfo! Kamasi Washington realizza il suo lavoro più completo e contemporaneo che alza l’asticella del jazz moderno ed eleva al contempo le possibilità della musica popolare nera. Tre dischi in 10 anni, ma tre pietre miliari. Fin dal monumentale “The Epic” del 2015, Kamasi Washington mischia gospel, Blue Note e Impulse!, Sun Ra, R&B, rap, hip-hop, funky, urban music in un personalissimo third stream che definisce il jazz del ventunesimo secolo. Imprescindibile e LA risposta a chi ti dice che “il jazz è morto”.

Billie Eilish “Hit Me Hard And Soft”

“Hit Me Hard And Soft” è un disco stupendo, un unico flusso di coscienza di 43 minuti. Ambizioso, squisitamente prodotto, in un anno segnato da grandi uscite pop poco soddisfacenti, Billie Eilish si distingue per il suo approccio audace e rischioso. Stiamo finalmente vedendo l’artista dietro l’avatar baggy-goth? Interrogando la sua immagine pubblica e la cultura dei suoi fan, Billie propone un album inquieto che è in egual misura un sospiro e un grido. I fratelli O’Connell attraversano in punta di piedi un percorso pericoloso e pieno di insidie e, un po’ miracolosamente, approdano a un disco stupefacente che suona alieno come le creature delle profondità marine nelle trincee nere come la pece. Forse il disco mainstream pop migliore degli ultimi dieci anni.

Beth Gibbons “Lives Outgrown”

L’attesa era tantissima eppure il risultato supera le speranze. Dalla casa madre Portishead, Beth porta l’eleganza della sua voce e delle melodie che ondeggiano posandosi sul suono come pensieri sui ricordi. Ma qui siamo in un folk spirituale che ritrae l’intersezione tra dolore e vita. Un pop da camera orchestrale ricco di dettagli che sostiene una straordinaria esplorazione dell’invecchiamento e del tempo che è tanto accattivante quanto devastante. La musica di Beth Gibbons si arricchisce con il passare degli anni. Dopo l’esperienza con Paul Webb ora c’è un altro Talk Talk con lei, Lee Harris, a rimarcare il fatto (se mai ce ne fosse bisogno) che la band di Mark Hollis è una delle band definitive degli ultimi 40 anni e che “Spirit of Eden” e “Laughing Stock” sono ancora dei miracoli. Alla fine questo è un disco che difficilmente potrà rimanere fuori da una top 5 di fine anno.

Arooj Aftab “Night Reign”

Night Reign è il quarto album in studio della cantante e compositrice pakistana Arooj Aftab. Un’opera di rara bellezza che spazia tra musica la folk pakistana e il jazz ed è incentrata sul tema dell’oscurità e della notte. Ma l’elemento che si rivela più emozinante è la voce sommessa di Aftab. La sua serena cadenza crooning è caratterizzata da una gamma di suoni che rendono i brani delicati e allo stesso tempo pieni di sentimento in modo quasi inquietante. Questo mix seducente rende l’album un’oscurità attraente in cui immergersi.

Gastr Del Sol “We Have Dozens Of Titles”

Quando è giunta la notizia di una nuova pubblicazione del duo più incredibile del post-rock, quasi non ci si credeva. Di fatto non è un disco “nuovo” e di reunion non si parla. Ma quando parte la versione live di “The Season Reverse” che apre il disco, è un colpo al cuore. La statura di questa band è ancora oggi probabilmente non compresa fino in fondo. Da recenti interviste si è capito che nemmeno Grubbs e O’Rourke fossero consapevoli del livello artistico straordinario che proposero in quegli anni. Una carriera finita con quel capolavoro enorme chiamato “Camoufleur” segnata da pochi ma irripetibili dischi che ascoltati oggi sono ancora alieni. Contemporanea ed avanguardia nel vero senso del termine. Qui abbiamo versioni dal vivo, inediti in studio e live, ma soprattutto abbiamo 100 minuti abbondanti di musica di livello stellare grazie a due veri, indiscussi geni.

Jessica Pratt “Here In The Pitch”

Dura appena 27 minuti e si inerpica lieve in percorsi retrò, eppure è un disco che ti si attacca addosso questo di Jessica Pratt. Qualcuno ha scritto di “folk ipnagogico” ed è una definizione molto calzante. Ascoltando queste nove canzoni si può pensare che ci sia qualcosa di nostalgico a cui aggrapparsi – e forse c’è – ma ciò che è così gioioso e utile in questa raccolta è il distacco da ogni particolare etichetta generazionale. Siamo in un “endless summer” anni ’60 che odora di modernariato e di chansonnier fatali. Crea dipendenza.

King Hannah “Big Swimmer”

Si, ok, anche qui il bello è che è roba già sentita. Ma ormai si è capito che il rock è classico no? Quindi questi 50 minuti sono puri anni ’90, con un rock molto urbano, “da strada” e confidenziale al medesimo tempo. È il loro disco migliore e merita di essere tra i prodotti salvati dell’anno. D’altronde gli shoegazer, i trip-hopper, la scena grunge, ognuno è stato venerato e citato a modo suo, e i King Hannah sono gli ultimi a rendergli omaggio.

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