Il 76° Festival di Sanremo si è chiuso sabato 28 febbraio con la solennità di un corteo funebre e l’entusiasmo di una sagra di paese finita male. Tanto male che è stato difficile trovare il coraggio di parlarne a caldo, quindi meglio ora che son passati un po’ di giorni. Carlo Conti ha consegnato il testimone a una nazione che, evidentemente, ha deciso di smettere di fingere. Basta modernità, basta provocazioni, basta persino quel minimo di decenza estetica che avevamo faticosamente accumulato negli ultimi vent’anni. Benvenuti nella restaurazione pura, figlio legittimo di un momento storico e politico che puzza di naftalina. Un festival vecchio, noioso, retorico, vuoto. Ha vinto un capolavoro di coerenza patetica. Sal Da Vinci con “Per sempre sì”. Non “Per sempre forse”, non “Per sempre boh, vediamo”. No: sì, definitivo, irrevocabile, con il punto esclamativo nascosto sotto il velo da sposa. Una canzone che non è solo brutta. È la peggiore tra tutte le canzoni vincitrici della storia del Festival (cit. Aldo Cazzullo). Un inno al “sì per sempre” in un’epoca in cui i matrimoni durano meno di un abbonamento a Netflix. Una dichiarazione d’amore eterna cantata con la voce da neomelodico che ti fa venire voglia di chiamare l’INPS per sapere se sei già in pensione. Il pubblico a casa ha votato in massa. Ovvio. Perché in fondo l’Italia di oggi è questa: stanca, spaventata, nostalgica di un’epoca che non è mai esistita davvero. Vuole la famigliola tradizionale, il “ti amo” urlato al microfono, la lacrimuccia liberatoria di Sal Da Vinci che piange come se avesse appena scoperto l’acqua calda. Vuole la retroguardia. Vuole sentirsi dire che tutto tornerà come prima. Secondo è arrivato un giovane promettente che canta roba contemporanea sebbene non esaltante, terza invece una che almeno ci ha provato ed è forse la cosa migliore del baraccone. Ma no, meglio premiare il tizio che sembra uscito da un film di Mario Merola. Meglio premiare il rassicurante, il già sentito, il “tanto lo sappiamo come va a finire”. Complimenti, Ariston. Complimenti, Italia. Avete trasformato il vostro festival più importante in una puntata speciale di “Matrimonio a Prima Vista” diretta da un comitato di quartiere di periferia. Avete preso la canzone italiana, l’avete vestita da sposa, le avete messo in mano un bouquet di plastica e l’avete mandata a morire sul palco con un “per sempre sì” che sa di “per sempre addio” alla dignità. E il bello è che l’anno prossimo ci sarà Stefano De Martino a dirigere. Perfetto. Così possiamo chiudere il cerchio: dal neomelodico al ballerino di “Ballando con le Stelle”. La restaurazione è servita. Fredda. Con contorno di taralli e un bicchiere di spumante scadente. Sanremo 2026 non è stato un festival. È stato un necrologio.

“La pipa di Feldman e le geometrie sospese”: l’ADUMMAtrio porta a San Vincenzo Morton Feldman
Stasera, alle ore 21:00, la chiesa di San Vincenzo ospita il penultimo appuntamento della stagione musicale “Il gran disìo” della Fondazione Monte di Pietà di Vicenza.









