Il progetto di “Bacàn” sulle “lezioni americane”

Di cosa parlava Calvino nelle sue memorabili lezioni americane? Cosa rimane di quel libro che è uno dei più citati ma non per questo uno dei più letti della saggistica del novecento? Eppure la “leggerezza calviniana” è entrata nel gergo comune tanto da essere usata in generale come espressione esistenziale più che strumento tecnico di comunicazione. Si perché Calvino nel suo ciclo di sei discorsi che si sarebbero dovuti tenere all’Università di Harvard nell’anno accademico ’85-’86, (ciclo saltato a causa della prematura morte dello scrittore) si era ripromesso di trattare i prolegomeni per il buon uso della scrittura nel nuovo millennio. Calvino si era immaginato la nuova letteratura del ventunesimo secolo, la nuova estetica ed il nuovo linguaggio. Aveva capito, a differenza di molti suoi contemporanei che o erano a lutto per la morte del vecchio mondo o sposavano il post-moderno come unica realtà possibile, che nel mondo contemporaneo, dove abbiamo un’inflazione nell’utilizzo di immagini visive ridondanti, il bravo scrittore deve essere capace di riutilizzare le immagini inserendole in un nuovo contesto che ne modifichi il significato, oppure ripartire daccapo, creando nuove visioni e analogie (come faceva Samuel Beckett). L’ordine delle lezioni non era casuale, ma seguiva una gerarchia decrescente: si cominciava pertanto dalla caratteristica più importante, la leggerezza, per procedere con la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità e la coerenza (quest’ultima solo abbozzata). Di fatto le lezioni americane sono quindi 5, così come 5 sono i musicisti che hanno partecipato alla residenza promossa dall’associazione culturale vicentina “Bacàn” tenutasi dal 18 al 20 luglio nella sala Udienze al piano terra di Palazzo Cordellina. Ai musicisti veniva chiesto di immergersi nella lettura e nello studio del libro di Calvino per poi poterne dare una rappresentazione sonora. Il tema delle lezioni, ovvero la letteratura del nuovo millennio, prende qui un senso più ampio ma non meno coerente, visto che vuole declinarsi nella forma più ancestrale di comunicazione e di linguaggio: la musica.

Nel cortile di palazzo Cordellina, troviamo i musicisti, disposti separatamente nello spazio, che iniziano a suonare mentre tra il pubblico c’è chi prende un aperitivo e chi chiacchiera e pare che la performance sia anche quella: il rendere musica anche il non concepito come tale. Loro sono Beatrice Miniaci (flauto e ottavino), Nicola Traversa (chitarra e voce), Ludovico Franco (tromba e elettronica) e Nicolò Masetto (contrabbasso). Ognuno “parla”, singhiozza, cerca, balbetta, fino ad una unione finale in un bordone unico però sempre fragile, con voce e chitarra in aggiunta e tenui percussioni. Un respiro trattenuto e sospeso. E poi tutto pian piano torna nel silenzio per poi ricominciare coi borbottii solitari dei cinque, che ad uno ad uno lasciano il cortile ma non smettono di suonare. Si sente la tromba da dentro il palazzo o le voci oltre lo spazio circostante. L’ambiente fa da cassa armonica. Tornano poi di nuovo assieme al centro del cortile. Depongono gli strumenti per terra o tra le piante. Rimangono le percussioni a legnetti come fosse un metronomo atipico. Muovono anche le piante, la ghiaia calpestata si fa suono. Torna un momento d’assieme dissonante e rumoristico con svolazzi di flauto alla Messiaen. Una melodia vocale si staglia sul rumore del piatto. La coordinazione è solo spaziale. Il tempo scorre nel luogo e per il luogo. Come già in precedenza poi l’ensemble trova un centro in un lento accordo d’assieme in calando. Ma è solo un attimo. Poi il caos ritorna. Una meditazione di gruppo. Ed inizia un coro a 5 voci che cresce e diventa urlo collettivo ed entra nel palazzo fino a perdersi nei meandri dell’opera di Calderari, tanto da sentire l’intero edificio risuonare del mantra “maybe” ripetuto, sfilacciato, deglutito.

Calvino nelle Lezioni americane ci dice che la letteratura può vivere solo ponendosi obiettivi smisurati, perché il compito dello scrittore e del poeta è esattamente questo: saper parlare attraverso diversi livelli, senza farsi cogliere dall’ansia di lasciare fuori qualcosa. Ed in questo, la totale “apertura” che l’ensemble promosso da Bacàn ha dimostrato, ha esattamente colto dalla lezione calviniana: il realismo non ha per forza a che fare con la realtà ma ha sempre a che fare con la possibilità.

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