Biennale del cortometraggio di Vicenza 2021

Esiste una grande differenza tra il concetto di “evento” e quello di “progetto”, tra il divertimento fine a se stesso e l’apprendimento, tra l’intrattenimento e la cultura. Lo diciamo e lo diremo fino allo sfinimento: cultura è divulgazione, è partecipazione, è crescita. Si tende a dimenticarlo, spesso per difendere altre scelte di comodo. Vicenza soffre di questa atavica mancanza di rete, di ricaduta sul territorio dei progetti culturali, e sta virando sempre più verso il mero svago e passatempo, spacciando questa merce a buon mercato per un palinsesto intellettuale. Ma ci sono le eccezioni ed una di queste si chiama Luca Dal Molin. Bellunese di nascita, lavora a Vicenza da anni per amore della città, che ha adottato come propria. Quest’anno, per la terza volta, è responsabile della biennale del cortometraggio, una rassegna che per nomi, cartellone, organizzazione e visione, è di livello internazionale e grande vanto per una città come la nostra. Già nelle prime due edizioni, Dal Molin ha portato a Vicenza ben due David di Donatello, e poi nomi del calibro di Pappi Corsicato e Iaia Forte, eccellenze estreme come Alessandro Haber e Luigi Ontani, e molti altri.

Videomaker di prima estrazione, esordisce nel 2005 con un corto chiamato “Il Califfo” dove il protagonista è nient’altro che Lucio Dalla. Il mai troppo compianto Lucio in quel film recitava la parte di un gangster e l’amicizia tra i due, che già esisteva, si cementa portando così Luca a decidere anche grazie alle insistenze di Dalla di dedicarsi al mondo dei cortometraggi. Iniziano così anni di produzione fino a che nel 2008 arriva la decisione di curare un primo festival. Si trattava del festival del corto di Erice: la Sicilia diventa base stabile per un po’. Lavora con Giovanna Taviani al festival del documentario e poi si dedica con sempre maggior impegno alla produzione. Dopo dieci anni nell’isola, il ritorno nel Veneto, con in testa l’idea di creare una rassegna a Vicenza. La parola “rassegna” non è usata a caso. La biennale del corto di Luca Dal Molin è infatti una rassegna e non un vero e proprio festival. Innanzitutto non ci sono premi, ma tutti sono supportati e considerati allo stesso livello. Le gare, tipiche dei festival, spesso finiscono con premi fantoccio che soddisfano solo l’ideale estetico di una kermesse ma non considerano l’importanza di entrare dentro al tessuto urbano e di avvicinare la gente all’universo cortometraggi. In sostanza, se fai un festival deve essere qualcosa di davvero serio, e qui l’esempio di Clermont-Ferrand è quello supremo, oppure meglio puntare sulla divulgazione e sulla serietà. Solo quest’anno, arrivati alla terza edizione, ci saranno due premi. Uno al miglior sceneggiatore che andrà al grande Umberto Contarello che ha sceneggiato una serie di film fondamentali per gli ultimi 30 anni di cinema italiano, da “Marrakesh Express” a “Il Toro” fino alla “Grande Bellezza” per citarne solo pochissimi. L’altro premio è destinato a Danilo Rea, pianista jazz straordinario, collaboratore fisso di Mina e di moltissimi altri giganti della musica italiana. I due premiati saranno anche protagonisti di un appuntamento che si annuncia come immancabile: una performance a due su testo di Goffredo Parise. Ma il cartellone di quest’anno è davvero densissimo e di qualità superba. Vi sono sezioni dedicate ai corti italiani, agli internazionali, e poi per famiglie e bambini. Avremo i fratelli De Serio, registi dell’acclamato “Spaccapietre”, che saranno protagonisti di una masterclass. Ci sarà l’immenso Daniele Ciprì (senza il sodale Maresco che neanche le bombe schioderebbero dalla sua Sicilia) per un incontro in cui si proietteranno alcuni corti, e domenica per la presentazione di un film targato Ciprì e Maresco. Ma non è finita qui. Ci sono i Manetti bros. con “Piano 17” e una masterclass con Mario Sesti. Parlando con Luca Dal Molin vengo contagiato dal suo entusiasmo e soprattutto dall’ambizione assoluta di questo progetto. “Ho sempre voglia di rivoltare tutto, cercare cose diverse e nuove e ripropormi con una veste differente, e grazie al cielo ho uno staff eccellente”. Mi dice Luca. Negli anni ha costruito una strettissima collaborazione con l’Istituto Luce e con la Biennale del cinema di Venezia tanto che si può tranquillamente affermare che la rassegna vicentina sia il proseguimento del festival lagunare declinato sul cortometraggio. Gli chiedo come sia e se esista un mercato dei corti. “In Europa assolutamente c’è mercato ma in Italia praticamente no: i distributori non li comprano e nemmeno le tv. All’estero è diverso perché le televisioni li trasmettono spesso ed è abbastanza consueto accada anche nei cinema. Per avere un ritorno economico da un corto devi essere bravissimo a farlo spendendo il meno possibile e puntando su un’idea fortissima.” A proposito di idee fortissime, quest’anno verrà proposto uno dei primissimi corti di Roman Polanski che, come altri grandi maestri, è partito così. Ricordo a Luca di quanto io sia rimasto eccitato dalla visione del famosissimo corto “The Big Shave” di Martin Scorsese in cui condensava in pochi minuti quella che sarebbe stata poi la sua poetica per mezzo secolo. Perché il cortometraggio può davvero essere un condensato di genio, a volte. Il problema è che da noi è capito meno che altrove. “All’estero ci sono sezioni di mercato dove vai e compri i corti, e vengono venduti nei festival – continua Luca. Io quest’anno ad esempio li ho comprati dai distributori apposta per il festival. Alla fine in Italia tutto gira solo attorno ai circuiti festivalieri ed è un peccato. Anche perché purtroppo le  istituzioni non sono molto sensibili al tema”. A tal proposito mi viene da aggiungere che considero un vero peccato il mancato appoggio di un Assessorato alla cultura che, sottovalutando il livello internazionale della manifestazione, ha negato la conferenza stampa di presentazione e si è fatto spaventare dall’immagine pilota , ritenuta osè, della mostra della grande artista Nathalie Djurberg.

Gli chiedo: “perché Vicenza”? “Perché mi piace tantissimo e c’è una sensibilità ed un’attenzione di pubblico interessato a determinate cose. C’è una nicchia che diventa molto affezionata. Padova forse sarebbe stata una scelta più logica ma esiste già “Euganea film” e comunque qui c’è una partecipazione attivissima dalla gente, ed il festival è sempre un successo”. Il programma è intenso. La mattina le scuole (ecco la divulgazione), il pomeriggio gli incontri con gli autori, e la sera le proiezioni. Workshops, interviste, performance, non solo corti. Ci sono tanti festival di cortometraggi in Italia ma non come questo, almeno nel Veneto. “La città risponde alla grande ma non ho i supporti, i partners e faccio tanta fatica. Però sono molto felice. Quest’anno, alla terza edizione ospito la Polonia con uno spazio dedicato, così come feci due anni fa con Israele, con un focus di dieci film. L’obiettivo è il coinvolgimento, per i giovani e per gli artisti”. Artisti che sono anche nostrani, come Gabriele Grotto e Roberto Leggio che all’inaugurazione presenteranno “Gotico Padano” film che uscirà nel 2022, omaggio al maestro Pupi Avati. In parallelo a ciò che accade al Teatro Astra ci sarà una formidabile mostra al salone degli Zavatteri. Protagonista la già citata Nathalie Djuberg che con Hans Berg mescola scultura, suoni e immagini creando installazioni che si insinuano tra risvolti psicologici fantastici, onirici e molto fisici. La mostra è possibile grazie alla Fondazione Prada che l’ha ospitata nel suo meraviglioso spazio. La Djuberg è ad oggi senza dubbio una delle videomaker più note ed importanti del mondo. Otto giorni di vero spettacolo, TUTTO gratuito. Se a Vicenza ogni tanto si alza la qualità lo si deve soprattutto a persone come Luca Dal Molin che da sole e con non pochi ostacoli, portano cultura, quella vera.

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