Il generale Vannacci è un colosso di basco amaranto e prosa da caserma, un paracadutista da operetta che si crede l’ultimo eroe della romanità decaduta, un figlio di capitano d’artiglieria finito a comandare la Folgore e il Col Moschin come se fosse ancora ai tempi delle missioni in Somalia, dove fingeva di inciampare nel metrò di Parigi per toccare la pelle dei neri e scoprire se fosse «più dura e rugosa» della nostra. Indubbia profondità da etnologo da bar. Un omone alto un metro e novanta, sposato con una rumena, plurilaureato in Scienze Strategiche e Diplomatiche (tre lauree magistrali) pluridecorato da americani e italiani, veterano di Afghanistan, Iraq, Bosnia, Ruanda: un curriculum che farebbe invidia a un Rambo da telefilm, se non fosse che il vero exploit lo ha avuto con un libriccino autoprodotto, Il mondo al contrario, scritto con la grazia sintattica di un ordine di servizio e la profondità filosofica di un comizio da balcone. Un testo zeppo di errori grammaticali, di farneticazioni da reduce incattivito, dove si spiega al mondo che i gay «normali non lo sono, fatevene una ragione», che i Pride sono un’orgia di «sconcezze, stravaganze, blasfemie e turpitudini», che Paola Egonu ha «tratti somatici che non rappresentano l’italianità» e che piantare una matita nella giugulare di un ladro sia legittima difesa senza troppi scrupoli da codice penale. Un fenomeno da baraccone sovranista, un reduce che ha usato l’Esercito come trampolino e poi, sospeso con stipendio dimezzato per aver leso il «prestigio della Forza Armata» (parole dei suoi stessi superiori), si è buttato in politica come un elefante in una cristalleria di vasi di Porcellana woke. Salvini lo ha preso come taxi per le Europee del 2024: mezzo milione di preferenze, e lui, grato, ha preso la tessera della Lega, è diventato vicesegretario, ha gongolato tra braccia tese e «camerata Vannacci!». Poi, puntuale come un orologio a cucù da caserma, ha mollato il Carroccio nel 2026 per fondare il suo Futuro Nazionale, un partito che sembra la brutta copia di un’Afd all’italiana: nazionalismo da discount, anti-immigrazione da comizio in piazza, anti-gender da sacrestia arrabbiata, con un occhio a CasaPound e l’altro al passato che non passa mai. E ora, ciliegina su questa torta rancida, l’ingaggio di Joe Formaggio nelle sue fila. L’ex sindaco di Albettone, ex consigliere regionale di Fratelli d’Italia, titolare del ristorante “La Torre da Formaggio” (che tra l’altro crolla tra le fiamme proprio mentre lui cambia casacca), ex missino passato per An, Pdl e Meloni come un camaleonte in cerca di un ramo più a destra, che ora si butta tra le braccia del generale proclamando che «Vannacci è il futuro» e che Meloni non è più abbastanza estrema. Un tizio che si fa fotografare con una mitraglietta in fiera, che attacca rom, migranti e gay con la delicatezza di un cinghiale in un vigneto veneto, che dice «qui siamo razzisti, rischiano la pelle» e poi si lamenta di essere frainteso. Passione per le armi, per la caccia, per le uscite omofobe da osteria: il profilo perfetto del reazionario da provincia profonda, quello che odia il mondo globalizzato ma vive di ingegneria, ristorante di famiglia e polemiche da consiglio comunale. Un uomo che abbandona FdI perché «non è più il partito più a destra» e corre dal generale come un reduce in cerca di un nuovo plotone dove marciare impettito. Il paracadutista da talk show e il formaggiaro con il mitra, due reduci del risentimento che si trovano nel Triveneto sotto la bandiera di Futuro Nazionale, coordinati da un altro ex leghista come Valdegamberi. Un partito che raccoglie i delusi della destra «troppo moderata», i nostalgici dell’Msi, i cacciatori di frodo ideologici. Culturalmente e socialmente, poi, il duo è un capolavoro di provincialismo elevato a dottrina. Vannacci, con il suo machismo da caserma e le sue farneticazioni da reduce incattivito, incarna il militare che si crede intellettuale organico della nazione, quello che legge Evola tra un lancio e l’altro ma scrive come un maresciallo in pensione. Formaggio aggiunge il tocco di volgarità plebea: il ristoratore-padano che mescola trippa, armi e Duce (o quel che ne resta) in un brodo di risentimento anti-woke, anti-migranti, anti-gender. Socialmente sono il ritratto di quella piccola borghesia veneta arrabbiata, quella che ha fatto i soldi con il lavoro e il ristorante ma si sente assediata dal mondo al contrario: immigrati che rubano il posto, gay che sfilano, donne che non stanno al loro posto, ambientalisti che rompono i cingolati. Niente spessore, niente tradizione vera, solo un nazionalismo da discount condito di pregiudizi da bar dello sport, errori grammaticali e proclami da comizio in piazza. Odiano l’élite woke dei salotti romani ma vivono di talk show, ricorsi al Tar e fondazioni di partitini personali. Rappresentano il fallimento di una destra che, invece di produrre statura, produce generali da operetta e formaggiai con il fucile: gente che urla contro il politicamente corretto con la raffinatezza di un plotone che marcia sul posto, convinta di salvare l’Italia mentre salva solo il proprio ego ferito. In fondo, Vannacci, con il suo nuovo acquisto Formaggio è il sintomo perfetto di questo mondo al contrario che tanto detesta: un’epoca in cui i paracadutisti si paracadutano nella palude mediatica e gli osti fascisti da Albettone diventano la nuova avanguardia della destra radicale.

Una donna premier e una capo dell’opposizione, non sei contenta? No
Me lo chiedono da mesi, con quel tono da illuminata: «Ma come, due donne ai vertici della politica italiana e









