La cultura, nel senso più alto, è conoscenza, dialogo, approfondimento, non propaganda. Se diventa un megafono ideologico, perde credibilità e si trasforma in una caricatura: non aiuta a pensare, ma obbliga a schierarsi. Usare la cultura per giustificare una posizione politica anziché interrogare la realtà vuol dire tradirne la funzione critica e riflessiva. Chi fa cultura con arroganza spesso parla per slogan e si rivolge solo a chi è già d’accordo. Questo atteggiamento chiude il confronto, divide invece di unire, e produce solo tifoserie contrapposte. La vera autorevolezza nasce dalla competenza e dall’ascolto, non dall’umiliazione di chi la pensa diversamente. Il mondo è complesso. La cultura ideologizzata tende a semplificare e deformare i fatti per adattarli al proprio schema. Così facendo, si rinuncia a comprendere davvero il reale, preferendo una narrazione comoda ma falsa. È così che nascono le verità parziali, i doppi standard e le riletture faziose della storia, dell’arte, della scienza. Una cultura sana valorizza il dissenso e lo rende parte del progresso. Quando si impone una visione unica, si rischia il pensiero unico o il conformismo intellettuale. Le idee crescono nel confronto: se chi dissente viene delegittimato o ridicolizzato, la società diventa sterile e divisa. Fare cultura non significa fare militanza, anche se può avere una dimensione politica. Le biblioteche, le università, i festival, i giornali, il teatro: sono spazi che dovrebbero accogliere tutte le visioni, non servire una parte contro l’altra. Se invece diventano feudi ideologici, si escludono voci, si marginalizzano cittadini, si perde la ricchezza del pluralismo.

E questa era la doverosa premessa. Veniamo ai fatti, che vedono protagonista la classe politica che ci governa e l’incaricato a gestire il dicastero culturale. Il ministro della cultura Giuli rappresenta tutti i difetti e i limiti di questa destra. Una destra arroccata in se stessa, permalosissima, arrogante, che divide le persone in amici e nemici, unita da un senso di appartenenza fideistica quasi tribale. Giuli è ossessionato dal concetto di egemonia culturale, che per altro ha in testa solo lui. Ma è la naturale declinazione del melonismo per cui gli underdog si riprendono con livore malcelato il posto che gli era stato negato da 80 anni. In questi giorni il ministro non ha trovato di meglio da fare che prendersela con Elio Germano che l’aveva criticato e con Geppi Cucciari che l’aveva preso in giro, per altro in maniera molto divertente. Ma Giuli il celtico si è offeso, come da DNA di Fratelli d’Italia. E ha così sentenziato: “La sinistra prima aveva intellettuali, poi influencer, ora solo comici”. E ha poi aggiunto: “La bile nera della sinistra, minoranza che ciancia in solitudine, ci accusa di fare il Minculpop ma la realtà è più forte di ogni maldicenza. Stiamo governando la cultura da veri patrioti, stiamo dando agli italiani un’identità culturale”. E per finire ha chiosato: “Stiamo smantellando il sistema di potere della sinistra e questo crea nervosismo ad alcuni”. La cosa che preoccupa, al di là dei toni, è il pensiero secondo il quale la cultura diventa (ri)equilibrio di potere, qualcosa che “va governato da veri patrioti” e poi quella frase sul ridare agli italiani un’identità culturale è piuttosto agghiacciante. Come ha scritto Luca Bottura “Essere democratici, laici, tolleranti, quando si comanda, è infinitamente più difficile. Però potreste almeno provarci”. E invece il partito che fu MSI, pare un esercito di livori verso il resto da sé, non accetta critiche, ritiene che il bene sia concepibile solo se parte del loro clan ed è monolitico e mistico (Giuli gradirebbe) nel dileggiare con sprezzo chi non la pensa come loro. La cosa di cui non si rendono conto, come capita agli anti intellettuali, è che tutto questo è il segno profondo di un complesso di inferiorità purtroppo insuperabile









