L’archeologia poetica di Matilde Sambo – Rovine, vuoti e memorie sotterranee

Dentro al successo di “ArtIS”, che per una settimana ha riempito Vicenza di incontri e dibattiti e aperture su mondi artistici non per forza consueti, vi è stata una preziosissima residenza presso il Palazzo Valmarana Braga di un’artista che ha portato la sua opera visiva e scultorea sorprendendo per profondità e affinità con l’eterno palladiano che ci circonda. La veneziana Matilde Sambo, emerge come una voce singolare nel panorama dell’arte contemporanea italiana, capace di intrecciare scultura, installazione, video e performance in narrazioni che sondano le profondità della memoria umana e del paesaggio. La sua opera non è mera rappresentazione estetica, ma un’indagine antropologica e archeologica che scava nei sedimenti della storia collettiva, rivelando forme archetipiche che persistono oltre il tempo. Attraverso un “metodo archeologico”, procede per strati, estraendo dall’inconscio junghiano miti, riti e sogni condivisi, che si materializzano in opere imperfette e materiche. Questo approccio non è solo descrittivo, ma performativo: invita lo spettatore a un movimento corporeo nello spazio, riorganizzando il punto di vista come in un rito di passaggio, eco di Arnold van Gennep, dove il corpo – umano o non-umano – diventa cardine di un’evoluzione percettiva. Al cuore della pratica di Sambo pulsa un desiderio di cogliere l’essenza dei luoghi al di là della presenza umana, un’essenza che trascende l’oggi per rivelare le tracce invisibili del passato. I suoi lavori, spesso site-specific, dialogano con ambienti liminali – rovine antiche o spazi contemporanei svuotati – per evocare un paesaggio interiore dove la natura e la cultura si fondono in una dicotomia fluida. È un’arte che si sottrae al superfluo, preferendo la penombra alla luce accecante per riconoscere presenze residue in ciò che sembra sparito.

Questa ricerca echeggia potentemente il romanzo Austerlitz di W.G. Sebald (2001), dove il protagonista, un architetto ossessionato dal passato, scava tra rovine e memorie represse per ricostruire un’identità frammentata dal trauma dell’Olocausto. Come Austerlitz, che vaga per stazioni e biblioteche entombate di ricordi, Sambo usa il corpo e lo spazio come strumenti di esumazione: le sue installazioni, con i loro “abitanti” materici e imperfetti, sono fotografie “doppiemente fittizie” – reali nei materiali, evocative nei significati – che catturano un vuoto al cuore dell’Europa del Novecento, esteso qui a un più ampio “vuoto” antropologico. Entrambi gli autori (l’una visiva, l’altro letterario) impongono coerenza al caos della memoria, trasformando l’oblio in un enigma da decifrare, dove il paesaggio architettonico diventa metafora di eredità perdute. Sambo, però, aggiunge una dimensione tattile e relazionale: non solo si guarda, ma si abita lo spazio sebaldiano, con il suo “terribile connectedness” di passato e presente. A sonorizzare questa indagine arriva una musica elettroacustica fatta anch’essa di silenzi ma capace di essere arredatrice di percorsi sonori altrimenti muti. Il paragone architettonico porta all’opera di Iannis Xenakis, le cui partiture stocastiche sembrano cucite su misura per l’universo di Sambo. Il caos controllato di Xenakis, influenzato dalla sua formazione ingegneristica con Le Corbusier, riflette l’instabilità sottile delle opere di Sambo, che incarna il ponte tra arte visiva e auditiva rendendo palpabile il “substrato di conoscenza evolutiva” di chi abita i suoi luoghi.

Infine, l’importanza del vuoto nella poetica di Sambo eleva l’opera a un livello metafisico: non è mera assenza, ma spazio abitato da echi, simbolo di abitazioni passate e di luoghi creati dall’uomo ora in rovina. Camminare sulle rovine è un atto sostenibile: la Terra persiste oltre noi, ma curarla significa salvare il nostro genere, assorbendo l’esterno in un ciclo di consumo e rigenerazione. Il vuoto, qui, è coercizione e libertà, un invito a difendersi “per natura”, alterando la percezione fisica per rivelare dicotomie capitaliste tra natura e artificio. In un’epoca di crisi ecologiche e mnemoniche, Sambo ci ricorda che le rovine non sono fine, ma inizio: spazi di “sottile avidità” dove il passato abita il presente, e il silenzio suona come un’armonia. L’opera di Matilde Sambo è un richiamo urgente e poetico: un’archeologia non distruttiva, ma rigenerativa, che ci spinge a guardare oltre l’apparenza per abitare il vuoto come casa comune.

Gennaio 2026

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