Peter Erskine al TCVI. Fusion(e) calda.

Il 2026 sarà l’anno della trentesima edizione del Vicenza Jazz Festival – New Conversation. Trent’anni sono tantissimi e cementano un’istituzione cittadina. Come antipasto, con largo anticipo, è arrivato in sala grande del Comunale Mr. Peter Erskine che, in questi giorni in cui è ancora presente nell’aria la tristezza per la morte di Jack DeJohnette, assume ancora di più il ruolo di leggenda della batteria jazz vivente, un monumento mobile. Il nome della serata, “Steps into the Weather”, spiegava già tutto. C’era da aspettarsi, quindi, soprattutto repertorio Steps Ahead e Weather Report ultima fase, forse la meno eccitante, sebbene Erskine sia dietro le pelli anche in quel capolavoro live intitolato “8:30”. Jazz con gli interni in pelle, liquido e patinato, ancora vivo, anche se, come diceva Frank Zappa, “it smells funny”. Sul palco con lui, una band di tutto rispetto, sebbene di certo i fari erano puntati in modo predominante sul duo Erskine-Mainieri, vibrafonista e fondatore degli Steps Ahead.

Fusion quindi. Basta pronunciare la parola e senti già un colpo di rullante ipercompresso, un fretless che scivola come burro caldo, un Rhodes tirato a lucido con il chorus a manetta. Negli anni Settanta – e poi per buona parte degli Ottanta – quella roba lì sembrava il futuro: lucido, cromato, perfettamente oliato. Oggi, a distanza di più di quarant’anni, la guardi e ti pare un po’ come certi arredi modernisti: splendidi nel loro contesto, ma a rivederli ora senti un leggero odore di museo, un “ah, sì, quando si facevano queste cose qui”. Quello che colpisce, riguardandola da lontano, è la straordinaria omogeneità timbrica di quella stagione. I dischi uscivano da studi diversi ma sembravano registrati tutti nella stessa stanza, con gli stessi ingegneri del suono, gli stessi preset. Era la stagione dell’eleganza prefabbricata: un mondo dove il suono veniva lucido, rotondo, impeccabile; ma proprio in quell’impeccabilità c’era anche la trappola. Perché quando tutto è perfetto, tutto rischia di somigliarsi. La fusion, figlia ribelle e muscolosa del jazz, era soprattutto culto della performance. E a volte era bellissimo, come lo è stato per diversi tratti nella serata vicentina. Il limite, col senno del poi e anche riaffrontando ora questi sentieri sonori, è una sensazione di déjà-vu permanente. Ma già allora, se mettevi su un disco dei Weather Report, di Metheny, degli Steps Ahead, dei Yellowjackets o di mille epigoni meno ispirati, la differenza più grande stava spesso… nella copertina.

Oggi quelle sonorità – i delay digitali, le tastiere lucide, il basso fretless legnoso – ci parlano di un’epoca che voleva mostrarsi avveniristica ma che, proprio per questo, è invecchiata in modo rapidissimo. Come i primi computer: all’epoca meraviglia assoluta, ora reperti di un futuro passato. Eppure, dietro quell’apparenza un po’ “cliché” c’è stata una stagione di curiosità feroce, di musicisti che provavano a portare il jazz fuori dalle cantine fumose per metterlo nelle metropoli moderne, nel linguaggio delle nuove tecnologie, nel dialogo con il rock, il funk, l’elettronica nascente. È ironico: la fusion nasceva per rompere le gabbie e per reinventare tutto. Alla fine, però, ha generato una nuova gabbia estetica, una grammatica solidissima che moltissimi hanno adottato senza farsi troppe domande. E quando una grammatica diventa lingua ufficiale, arrivano i burocrati del genere. Ma il paradosso ancora più divertente è che proprio quella uniformità, quel “suonano tutti uguali”, quel virtuosismo spesso eccessivo, sono diventati parte del suo fascino retroattivo. Oggi ascolti un disco fusion del 1982 e lo riconosci in tre secondi netti. Ed è quasi confortante, come ritrovare in soffitta un vecchio giubbotto di pelle: un po’ datato, ma tremendamente caratteristico.

Foto: Roberto de Biasio

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