Nessuno chieda a Patrizia Laquidara di crescere. Lasciate sia così. Bambina con la pelle esposta e il cuore aperto. Fragile antenna che riceve ogni sentimento anche quelli che lei ancora non conosce. Che non condivide. Che non vive. Perché sono suoi pure quelli. Donna, donna e bambina, corpo danzante e voce recitante di un rito sensuale e popolare. Patrizia è così libera da aver paura di toccarla.
Nessuno, neanche la pioggia, ha così piccole mani (E.E.Cummings)

Nel suo romanzo semi autobiografico “Ti ho vista ieri” (Neri Pozza, 2023) c’è la Sicilia e la tradizione orale, esperienze che si mescolano col Veneto perché sono le due anime e i due mondi che Patrizia ha dentro. La passione per la canzone nasce da sempre. Lei, di fatto, è una canzonettara. E soprattutto un’innamorata del suono. Da piccola era balbuziente e quando cantava la balbuzie spariva. Cantare è una zona di conforto. Il suono è salvifico. Suoni che hanno a che fare più col significante che col significato. La voce è come un tornare sempre a casa. È nella mente e nel corpo ma allo stesso tempo non ti appartiene mai fino in fondo. Arriva ma poi può anche abbandonarti. “Io ogni mattina so bene se la voce c’è o non c’è – dice Patrizia. La voce è una responsabilità. E se provo a domarla me lo fa pagare”

La voce è anche parola parlata. Patrizia padroneggia più il dialetto veneto che il siciliano. Però il suono del siciliano è forse il primo che ha ascoltato da piccola. “Ricordo una madrina di Catania, una popolana, che abitava alla Civita e l’italiano lì non esisteva. Ma anche a casa dei nonni paterni a Messina. Io la lingua l’ho introiettata ma non la conosco”. Nel suo libro ha raccontato un altro mondo che stava attorno a lei bambina, che faceva da sfondo. E senza il dialetto quei mondi non esistono. E lo stesso discorso si può fare con le lingue straniere come ad esempio il suo amato portoghese. “Si dice che la voce di Joao Gilberto sia una voce che parla di silenzio e per me è stata una folgorazione. Poi c’è stato il mio primo viaggio oltreoceano in Brasile e avevo 17 anni e non sapevo nulla di cosa mi sarebbe accaduto e cosa avrei visto e fatto. Ero nel nord est del paese, dove si mescola la cultura africana a quella portoghese a quella giudaica e in ogni caso una zona molto povera con la monocultura della canna da zucchero e addirittura ancora gli schiavi. E io non sapevo potessero esistere mondi così. Mentre ero là è stato ucciso un uomo che aveva scavalcato il recinto per andare a nuotare nel mare “del padrone” e vedevo questi uomini che scendevano dalle dune e parlavano di rivoluzione e giustizia e io sono rimasta con questa visione dei contadini che volevano la rivoluzione. Tornata a casa ho rimosso quel viaggio perché non riuscivo a collocarlo nella mia vita. Poi dopo 10 anni incontro di nuovo il Brasile tramite la musica e ho iniziato a ricostruirlo. E mi sono accorta che è un paese di ferocia e di meraviglia e mi sono riavvicinata tramite la musica e cercavo poi i posti citati nelle canzoni e sono tornata in Brasile diverse volte e mi sono innamorata. Loro nelle manifestazioni parlano di giustizia. Non di pace. Di giustizia. E allora ho voluto tornare nei posti del primo viaggio e ho organizzato un viaggio trovando un Brasile molto cambiato senza schiavi ma con situazioni ancora molto violente”.
Quella lingua le è rimasta addosso, non è un caso Patrizia abbia amato tantissimo anche il Portogallo, tanto da dedicargli un album, il suo secondo, ma primo cantato in italiano. Un disco importante, nelle collaborazioni e nelle estetiche. Un lavoro che la mette là, dove stanno Cristina Donà, Teresa De Sio, quella tradizione italiana tanto cantautorale tanto mediterranea. Un meticciato elegante. Come l’amore descritto in Mielato che non parla di femminicidio perché lei non avrebbe mai affrontato un tema così in maniera sfacciata. L’album “Indirizzo Portoghese” arrivò un anno dopo Sanremo. Di solito si và a Sanremo quando si ha un album pronto ma lei non aveva nulla di finito. Patrizia è così diversa dagli artisti normali che pare a volte stia lavorando sulle nuvole. Ma a pensarci bene ha ragione lei. Le cose in fondo si dividono in quelle che capitano e quelle che non capitano. Come quando incontrò Arto Lindsay in un centro commerciale in Brasile. “Io arrivo con le mie canzoni dentro al mio MP3 e lui mi chiede di ascoltare e gli passo le cuffie e lui mi dice che gli piaceva. Poi si è ammalato e ci seguiva solo da remoto. E comunque da quell’esperienza sono nate canzoni che mi hanno seguito per tanto tempo”.
E poi il Veneto. “Il Canto dell’Anguana mi ha fatto diventare davvero veneta. Il dialetto lo capisco perfettamente anche se non lo parlo come vorrei. Penso che se padroneggi la lingua poi ti senti davvero di quel luogo. Io avevo suonato anni con gli Hotel Rif, forse gli anni più belli della mia vita. La musica che io amavo fare più di tutte le altre era la musica balcanica e del mediterraneo. La musica popolare spesso nasce dalle poesie. È il testo ad essere tramandato, la storia. E quindi siccome io abito qui mi sono ricordata della figura dell’anguana. Le leggende venete. E mi sono rivolta ad Enio Sartori, poeta, e mi ha dato le sue poesie”.
Patrizia non cerca progetti che servano alla carriera, lei cerca progetti che aiutino la vita. Chissà se ascolta consigli. Forse sbaglierebbe se lo facesse. Lasciata da sola, come un essere che vaga per il mondo dei pensieri, è più vicina all’essenza del tutto. Anche del nulla. Guarda il divenire come Etna, il suo cane e cammina sul filo come Philippe Petit, perché l’equilibrio è un miracolo.











