Vicenza, città d’arte e d’orgoglio, ha avuto un incubo. Uno di quelli che ti svegli sudato, con le mani che tremano e il cuore in gola, ma poi ti accorgi che non era un sogno. Era vero. È accaduto davvero. Nella notte, un gruppo di giovani (chiamiamoli così, anche se la parola “giovani” in questo contesto dà un po’ la nausea) si è schiantato con un’auto contro Ponte San Michele, uno dei gioielli più delicati e preziosi di questa città. Un ponte storico, simbolo di equilibrio, grazia e identità, che ora è ferito. Ferito come lo siamo tutti noi.

Chi sono questi ragazzi? Sono il frutto guasto di una società malata. Sono l’esito di famiglie che li difendono sempre, che li chiamano “fragili” quando sono solo arroganti, che parlano di “errori di gioventù” mentre loro seminano violenza e distruzione. E sono anche il prodotto di un mondo virtuale che li ha scollegati dalla realtà. Vivono in una bolla fatta di like, di video, di selfie davanti allo specchio, mentre il mondo vero, fatto di storia, fatica e bellezza, lo ignorano, lo calpestano, lo sfondano con un’auto. Non hanno più rispetto di nulla perché nessuno ha insegnato loro il peso delle cose. Non sanno cos’è il tempo, non sanno cos’è il silenzio, non sanno cos’è l’onore. E soprattutto: non sanno cos’è la colpa.

E allora, signori che governate questa città, ora basta. Ci vuole una punizione esemplare. Ma non per vendetta, ma per giustizia. Che paghino fino all’ultimo centesimo i danni, i responsabili e le loro famiglie. Che riparino, puliscano, rimettano insieme le pietre come si rimettono insieme i cocci di un Paese che non vuole morire nell’ignoranza. Perché solo così, forse, capiranno che la realtà è fatta di ponti che si costruiscono, non di muri digitali da cui sparare idiozie e distruzione. E noi, da questo ponte spezzato, dobbiamo ripartire. Ma senza più scusarli.









