SE IL CENTRO SI SVUOTA

La notizia è ormai risaputa: l’ultima tazzina è stata posata sul banco de La Triestina, bar-caffè di Corso Palladio che per decenni ha scandito le pause di impiegati, negozianti, turisti e habitué del mercato di Piazza dei Signori. La serranda è calata schiacciata da costi insostenibili, affitti troppo alti e incassi che non reggono più il peso della vita quotidiana. E non è sola: anche il Garibaldi ha abbassato le saracinesche. Due colpi al cuore di una città che si svuota, due simboli di un’Italia che perde pezzi di sé, di quel tessuto minuto e vitale che teneva insieme comunità e decoro urbano. Ma il morbo si allarga. In Contrà Muscheria, a due passi dalla piazza, su quattordici esercizi commerciali sette sono già chiusi: metà del vicolo ridotto a vetri polverosi e cartelli “affittasi”. Quattro vetrine buie in meno di cento metri, un degrado che non si nasconde più dietro le vetrofanie del Comune. E il contagio dilaga: in Corso Palladio, la spina dorsale del centro, si contano civici sfitti dal 94 al 157, con canoni che arrivano a 65 euro al metro quadro al mese – 6.500 euro per cento metri, una follia per chi vende un caffè o un paio di scarpe. Kasanova, Geox, piccoli negozi di abbigliamento e ferramenta: uno dopo l’altro, serrande giù. Solo nel 2024, in 140 metri di centro storico vicentino, nove attività hanno chiuso i battenti, come denuncia Confcommercio locale. Il giro d’affari è crollato del 40-45 per cento negli ultimi anni, un’emorragia che non si arresta. Ma non è un malanno locale, è la nazione intera che si desertifica dal cuore. Secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio, dal 2012 al 2024 sono sparite oltre 140 mila attività di dettaglio e ambulanti: 118 mila negozi in sede fissa, 23 mila bancarelle. Al 2025, si stimano circa 105 mila locali sfitti in Italia, un quarto dei quali vuoti da più di un anno. Senza interventi, entro il 2035 rischiano di chiudere altre 114 mila imprese, un quinto di quelle rimaste. In Veneto, nel 2025, si contano già migliaia di chiusure: uno stillicidio che trasforma i centri storici in musei punteggiati da take-away anonimi e catene low-cost che durano lo spazio di un mattino. I motivi economici sono evidenti, brutali, ineludibili: affitti alle stelle perché i proprietari, atterriti da morosità e crisi, pretendono garanzie da emiri; bollette triplicate dal green deal ideologico; concorrenza sleale di Amazon e piattaforme digitali che vendono senza presidiare le strade, senza illuminare le notti; consumi anemici per famiglie con redditi fermi e inflazione che erode il potere d’acquisto. Demografia impietosa: meno italiani, meno giovani, meno tasche piene per passeggiate in centro. Il centro commerciale periferico, con parcheggio gratis e aria condizionata, ha vinto contro la bellezza rinascimentale. Ma i veri responsabili siedono a Roma, nel centralismo asfissiante che non decide, non interviene, non salva. È il governo centrale – questo e i precedenti, di ogni colore – che ha lasciato marcire il piccolo commercio sotto il peso di un fisco rapace: IMU al 43 per cento sugli immobili commerciali, una morsa che scoraggia riduzioni di canoni e premia la speculazione sui vuoti. Nessuna cedolare secca al 20 per cento sugli affitti commerciali, come implora da anni Confcommercio. Bollette gonfiate da scelte europee imposte senza paracadute e Roma che ha permesso che il negozio di vicinato diventasse vittima sacrificale, con burocrazia infinita, vincoli asfissianti, tasse che salgono mentre gli stipendi stagnano. Perché è qui il nodo: l’Italia non cresce, è un Paese fermo, anemico, che vede il Pil aumentare solo dello 0,5 per cento nel 2025, secondo l’Istat, dopo lo 0,7 del 2024. Stipendi reali crollati del 7,5 per cento tra il 2021 e il 2025, il peggiore tra i grandi Ocse, con un modesto recupero di +0,5 punti nel 2026. Tasse che si alzano – dal cuneo fiscale alla pressione sul lavoro – mentre la povertà assoluta colpisce 5,7 milioni di italiani, il 9,8 per cento della popolazione, in crescita costante. Oltre un quinto a rischio povertà o esclusione sociale: 2,2 milioni di famiglie non ce la fanno, con l’inflazione che morde i deboli e redistribuisce ricchezza dai salari ai profitti. Il lavoro non salva più: il 10 per cento degli occupati è povero, 2,3-2,4 milioni di working poor. Se il centro si svuota, è perché il Paese si svuota di futuro. Non è solo metri quadri sfitti o PIL asfittico: è anima persa, comunità dissolta, civiltà in ritirata. Senza il bar per discutere, il negozio per chiacchierare, la piazza per incontrarsi, resta il deserto, il degrado, la criminalità che avanza nel buio. A Palazzo Chigi e al Mef devono dirlo chiaro: così si muore. O si taglia il fisco sul commercio – IMU dimezzata, cedolare estesa, bollette calmierate – o l’Italia diventerà un ricordo sbiadito, un Paese di stipendi fermi, tasse alte, povertà galoppante. Fingendo che sia “la modernità”, e non la miopia di chi governa.

Aprile 2026

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