Pochi giorni fa l’associazione “Sintesi” ha presentato a Vicenza, presso la sala del Monte di Pietà, un incontro dal titolo: “Imprese e scuole: il nostro è un mercato del lavoro competitivo?”. Occasione per incontrare professionisti del settore e fare il punto su un tema fondamentale e mai sufficientemente approfondito. Dopo l’introduzione di Francesca Carli, presidente di Sintesi ed ex docente, hanno preso la parola i tre relatori. Stefano Dal Prà Caputo, consigliere comunale di maggioranza a Vicenza e ricercatore sociale ha fornito un po’ di dati. “Dobbiamo metterci nella condizione di entrare nei discorsi quelli terra terra e poter spiegare al barista di turno perché non trova lavoranti. Il problema enorme è che tra vent’anni il mercato del lavoro avrà molto meno personale. Oggi le persone occupabili, ovvero quelle nella fascia tra i 15 e i 64 anni nella provincia di Vicenza sono 548 mila e nel 2042 saranno 459 mila, quasi centomila in meno. Se domani chiudessimo i flussi migratori sarebbe molto peggio. Di fatto non si trova gente che lavori perché manca la gente. I giovani non si immaginano nemmeno per sogno un lavoro specializzato. Politicamente è un dato importante ma se vai a parlare con le imprese è un disastro. Il territorio chiede soprattutto in larghissimo numero i lavoratori specializzati e in numero molto minore i laureati”.

Ha proseguito poi Lara Bisin, imprenditrice specificando che: “non è solo una questione demografica ma anche di attrattività. Sono duecentomila le persone (soprattutto giovani) che negli ultimi 15 anni hanno deciso di andarsene all’estero. Inghilterra prima mèta, Germania seconda. In cambio non abbiamo avuto un ritorno di competenze. Da noi ne sono arrivati circa 30 mila. Parliamo di immigrazione di competenza, di qualità”.

Molto e doveroso spazio è stato concesso ad Anna Paola Concia, già parlamentare, attivista e fondatrice e coordinatrice di DIDACTA ITALIA. “Siamo un paese che ha concentrato il dibattito pubblico sul concetto di immigrazione come invasione. Mentre noi parliamo dell’Albania e i porti chiusi o aperti, non ci occupiamo di chi esce dall’Italia. Abbiamo le porte aperte sì, ma per chi se ne va. Un milione e mezzo negli ultimi anni di donne e uomini e soprattutto giovani. Servono politiche che evitino questo perché sono ragazze e ragazzi su cui abbiamo investito come paese, attraverso la scuola ad esempio. Il tema delle emigrazioni è un tema di cui la politica non parla. Vedendo i dati capiamo di non essere attrattivi. Ma perché? Se non lo capiamo non fermiamo l’emigrazione. Penso che la soluzione per il momento sia capire che territorialmente si deve iniziare a fare diventare ogni singolo territorio attrattivo. Vicenza deve interrogarsi su se stessa. Deve diventare un interrogativo locale. Francoforte, dove vivo, è molto attrattiva ma è la sede della BCE e vengono da tutto il mondo al punto che il 53% della popolazione a Francoforte non è tedesco. Però è una città molto cara dove le case costano tantissimo. Altro esempio di attrattività per i giovani è Berlino. Lo è perché ha una serie di condizioni che agevolano la possibilità per i giovani di viverci. Innanzitutto il welfare e i servizi. Chi vuole fare il piccolo imprenditore anche nei settori più creativi come design, musica e spettacolo, trova condizioni molto favorevoli. Come si vede non c’è un piano nazionale di attrattività, Francoforte e Berlino sono due città diversissime. Quel che è fondamentale per attrarre è la possibilità di poter usufruire di sussidi quando passi da un lavoro all’altro anche se in Germania non danno sussidi a tutti ed un tempo era meglio. L’attrattività dipende da welfare, da servizi, da infrastrutture, dall’inclusività che non è un concetto da usare a sproposito ma significa che le diversità, tutte le diversità, sono garantite e sono città accoglienti davvero per tutti in cui tutti hanno diritto di cittadinanza. E poi il mismatch sul mercato del lavoro. Dobbiamo capire il territorio che, solo se capito, può invertire le statistiche”.











