Non è più il tempo delle educazioni solitarie. Questa mattina, a Trescore Balneario, uno studente di 13 anni ha accoltellato la propria insegnante fuori da scuola. Non è solo un fatto di cronaca. È la fine di un alibi. Perché ogni volta che accade qualcosa di simile, la reazione è sempre la stessa: cercare una responsabilità semplice. E quasi sempre quella responsabilità ha un nome solo: la famiglia. Ma oggi non basta più. E forse non è mai bastato. Da qualche anno, in tutta Italia, sta emergendo con forza una consapevolezza nuova: crescere le nuove generazioni non è un compito che può essere delegato a un solo attore. Né alla scuola, né alla famiglia. Serve una comunità. E oggi questo non è più un principio.
È un’urgenza. Questo rende ancora più evidente un punto: non esiste più un solo luogo dell’educazione. La scuola resta centrale, ma non è più sufficiente da sola. E la famiglia, da sola, non basta più. Servono spazi educativi diffusi; adulti consapevoli e coordinati; comunità capaci di trasmettere valori condivisi e, soprattutto, di intercettare il disagio prima che diventi violenza. Perché quando un ragazzo arriva a un gesto estremo, la domanda non può fermarsi alla famiglia. Serve chiedersi: dove era la comunità? Vicenza sembra averlo capito.

In questo solco si inserisce anche il progetto “Ci vuole un Villaggio”, attivato al Villaggio del Sole con il sostegno di Cariverona. Qui l’educazione esce dagli spazi tradizionali e diventa diffusa, condivisa, comunitaria. Non è solo un’iniziativa sociale. È un cambio di paradigma. L’idea è semplice ma potente: serve un villaggio per crescere un bambino. E quel villaggio oggi non può che essere la città. Il punto decisivo è uno: il patto. Non un accordo formale, ma un patto educativo di comunità. Un impegno reciproco tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e cittadini. È questo che permette di passare dalla delega alla corresponsabilità, dall’intervento episodico alla continuità, dalla frammentazione alla rete. Lo dimostrano anche i patti digitali, sempre più diffusi in Italia, che mettono attorno allo stesso tavolo genitori, insegnanti e comunità per affrontare insieme le sfide dell’educazione nell’era tecnologica. Anche a Vicenza queste esperienze stanno prendendo forma, con i primi percorsi già avviati in alcune scuole della città. Oggi non basta più fornire strumenti: serve costruire cornici condivise di senso, regole e responsabilità. La vera sfida, però, non è organizzativa. È culturale. Significa accettare che educare è un compito collettivo, che nessun attore può farcela da solo e che il benessere dei giovani riguarda tutta la comunità. I fatti di oggi ce lo ricordano con forza. Vicenza è una città che ha capito dove andare.
E, oggi, questo è già molto. Perché costruire una comunità educante significa lavorare nel tempo, tessere relazioni, generare fiducia. Perché, in fondo, ci vuole un villaggio. E quel villaggio siamo noi.
Francesca Carli
Presidente Sintesi APS










