Quanto fiato ha la musica?

Oggi incontriamo Giuseppe Dal Bianco un polistrumentista che, partendo dal flauto traverso con la sua musica e i suoi 300 “fiati” della sua collezione crea melodie ed esplora i suoni del mondo, creando un caleidoscopio sonoro fatto di sonorità varie provenienti da mondi lontani.

Come hai iniziato con la musica e come nasce il tuo “polistrumentismo”?

Mi sono diplomato in flauto traverso nel 1985 presso il Conservatorio “A. Pedrollo di Vicenza, quindi ho seguito un percorso classico. Dopo gli studi ho insegnato strumento nelle scuole medie ad Indirizzo Musicale. Come molti flautisti della mia generazione ho iniziato a studiare il flauto traverso mosso da una grande passione scatenata dall’ascolto di Ian Anderson dei Jethro Tull, una rock band della quale all’epoca ero un fans molto attivo. Poi però, dopo gli studi mi sono appassionato alla musica classica dedicandomi quindi al repertorio barocco e classico e iniziando così la mia attività concertistica. Ad un certo punto ho iniziato a stancarmi di interpretare la musica degli altri iniziando così il percorso che poi mi ha portato ad interpretare la musica che componevo io utilizzando alcuni strumenti etnici. D’altra parte su strumenti come il flauto traverso, la competizione è fortissima, “uno su mille ce la fa”, o sei un vero “mostro di bravura” oppure non ci sono molti sbocchi professionali in campo concertistico. In quel periodo ero molto attratto anche dalla pittura alla quale mi ci dedicavo moltissimo. Avevo una buona attività espositiva nel campo delle arti visive, pertanto stavo tralasciando un po’ la musica per seguire la pittura.
Poi, un po’ alla volta, hanno cominciato ad arrivarmi degli strani strumenti musicali che qualche amico mi portava dai suoi viaggi da paesi lontani come il Nepal, Thailandia, Laos… Ho cominciato a provarli scoprendo così che potevo creare delle bellissime melodie e proporre nuove sonorità; pur essendo molto semplici, mi rendevo conto che questi strumenti avevano un timbro molto affascinante e grandi potenzialità espressive. A quel punto ho capito che poteva essere una nuova strada da percorrere portando le mie conoscenze musicali su questo tipo di strumenti. Ho cominciato a raccoglierli e ad acquistarli. In quegli anni ancora non c’era internet o comunque era agli albori, quindi bisognava arrangiarsi con amici che viaggiavano o con i rari negozi etnici che importavano strumenti musicali dai vari paesi del mondo. Stiamo parlando di venti anni fa, un’altra epoca dal punto di vista delle comunicazioni e dei contatti. Poi piano piano il mondo si è globalizzato e tutto è diventato più semplice.

Ad un certo punto ho scoperto il didgeridoo, lo strumento cerimoniale degli aborigeni australiani che per quanto mi riguarda ha rappresentato un vero balzo in avanti. Con questo strumento ho imparato la respirazione circolare e mi si è aperto un mondo nuovo. Questa particolare tecnica di respirazione infatti si applica alla maggior parte degli strumenti tradizionali a fiato, quindi mi è stato utilissimo impararla.

Il tuo interesse è prevalentemente centrato sullo strumento o sulle origini culturali di quello strumento?

A me interessa soprattutto il timbro dello strumento che uso per creare la mia musica originale. Non suono musica tradizionale in senso stretto, anche se a volte mi capita di arrangiare temi o melodie tradizionali per interpretarli a modo mio. Ovviamente per ogni strumento che inizio a suonare cerco di approfondire la sua origine culturale e le caratteristiche e la storia del popolo che rappresenta. Nel caso per esempio del didgeridoo ho letto e mi sono appassionato moltissimo sul mondo e la cultura affascinante degli aborigeni australiani, come anche sul Duduk armeno ho cercato di studiare e comprendere tutta la terribile tragedia che ha subìto questo popolo con il Genocidio degli armeni del 1915.

In quale genere musicale puoi collocare la tua musica?

La mia musica potrei definirla “World Music”. Non è “new age” anche se sicuramente è una musica che favorisce uno stato d’animo meditativo e recettivo. Amalgamo questi suoni che vengono da diversi continenti e li faccio convivere in armonia. Di solito creo dei “tappeti sonori” (drone) utilizzando suoni elettronici o campionati  che ne valorizzano le voci dei miei strumenti. Negli ultimi anni collaboro assiduamente con Giuseppe Laudanna, pianista e tastierista bravissimo che ha suonato con i più grandi musicisti della tradizione napoletana e che poi, per mia fortuna, si è trasferito qui a Thiene. Spesso mi capita anche di suonare con il percussionista vicentino Luca Nardon.

Per te la musica è privilegiata rispetto agli altri tipi di arte? Fra la musica e la pittura da cosa è stata determinata la scelta.

Ad un certo punto la musica e l’intensa attività concertistica degli ultimi anni ha preso il sopravvento e ho dovuto scegliere, abbandonando per il momento la pittura. Non mi pento però della scelta fatta, perché la musica mi ha dato molte più soddisfazioni in campo professionale ed emotivamente è la cosa che sento di più. Suonare per me è sempre molto emozionante, mi provoca sensazioni alle quali non potrei mai rinunciare. La pittura è un’arte più distaccata e solitaria.

Cos’è per te la musica?

E’ riuscire a comunicare agli altri quello che io sento di poter trasmettere da un punto di vista emotivo. Vedo che la gente recepisce e si emoziona ai miei concerti. Per un musicista, ritengo sia fondamentale riuscire a comunicare e ad emozionare. Se questo non accade vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Forse è anche questo il motivo che il mondo della musica classica sta perdendo molto pubblico giovane e dovrebbe trovare il modo per rinnovarsi. 

Credo anche che gli strumenti a fiato che suono sono molto particolari. La maggior parte del pubblico non ha mai sentito certe sonorità, quindi l’impatto emotivo alle volte è fortissimo.

Mi sono creato un mio modo particolare di suonare, privilegiando in particolare l’aspetto melodico. In questo modo la mia musica non risulta complicata all’ascolto e viene capita da tutti.

Qual’è il brano di cui sei più fiero?

Per coincidenza è il brano che dà anche il titolo al mio primo cd che si intitola “Senza Ritorno”

( https://open.spotify.com/track/5gkhKz6SYHm86fbvSyUg5N?si=c77228650afd4d89 ). 

È un brano per me molto intenso che mi provoca forte emozione anche quando lo eseguo dal vivo. L’ho composto infatti in un momento particolare della mia vita, e mi ricorda la perdita di due persone alle quali ero molto legato. Al di là di questo, considero “senza ritorno” un po’ il mio piccolo capolavoro.

Dove registri i tuoi CD?

Registro tutto qui nella mia sala prove, perchè per me è fondamentale avere tutto il tempo per suonare e ripensare… Ho un amico ingegnere del suono che viene qui e mi supporta. Non riuscirei a ricreare le stesse cose in uno studio di registrazione perché faccio un lavoro complesso di sovrapposizioni del suono e lo voglio fare con tranquillità senza pressioni. Mi piace prendermi tutto il tempo per suonare o  rifare quello che non mi convince… Spesso in sala di registrazione i musicisti “tolgono” per alleggerire, come fa lo scultore, nel mio caso faccio più un lavoro di “sovrapposizioni”, come chi lavora con la creta.

Qual’è lo strumento che non hai ancora suonato e che vorresti suonare?

Su questo ho le idee chiare: sono almeno due gli strumenti.

Uno strumento norvegese che si chiama Bukkehorn; praticamente un semplicissimo corno di capra con quattro fori, dal suono bellissimo e molto evocativo che però non riesco a suonare.

E’ terribilmente difficile forse perché richiede una tecnica molto particolare dal punto di vista dell’imboccatura che è simile a quella degli ottoni. Il secondo strumento è il Piri, un piccolissimo oboe tradizionale della Corea del Sud. Me l’ha portato a casa mia figlia dopo un viaggio in Corea e lo sto ancora studiando. E’ uno strumento che mi piace molto e vorrei davvero poterlo suonare in concerto. Ovviamente in Italia non esistono “maestri” per questi strumenti, quindi per forza di cose sono autodidatta e spesso è un lavoro che va per “tentativi”, molto laborioso.

Mi confronto ascoltando musica, leggendo e studiando su libri che trattano etnomusicologia, organologia, di musica e strumenti del mondo e soprattutto guardando molti video su YouTube.

Tutto questo mi aiuta a capire come suonare molti di questi strani strumenti. Forse è proprio una peculiarità quella di essere un musicista “cresciuto” nel mondo classico, abituato al rigore nello studio e nella ricerca che però poi ha dovuto percorrere una strada diversa, dove “arrangiarsi” è l’unico modo per arrivare ad un risultato.

Cosa differenzia gli strumentisti a fiato dagli altri?

Tutti naturalmente tiriamo l’acqua al nostro mulino…quindi ammetto di amare molto tutto ciò che viene suonato con il fiato. Sono convinto che gli strumenti a fiato siano molto espressivi proprio perché tutto esce e viene modellato dal mio soffio e dal respiro. Non mi piacerebbe suonare uno strumento dove non c’è un coinvolgimento preciso del mio corpo, dove c’è molta meccanica che suona al posto mio. Detto ciò, devo ammettere che tutti, ma proprio tutti gli strumenti musicali sono bellissimi quando sono suonati bene e con passione. Se dovessi decidere di suonare qualcosa di diverso dai fiati, opterei sicuramente per le percussioni. Percuotere è un atto molto fisico, quindi mi piacerebbe molto.

Tu che musica ascolti?

Ascolto un pò di tutto; sono convinto che la musica va ascoltata tutta e bisogna sempre avere curiosità. La musica va soprattutto “cercata” e scoperta. Non ci si dovrebbe affidare solo alle proposte del mercato e della moda del momento. I miei tre compositori preferiti sono: Arvo Pärt, soprattutto per come lavora sul suono/silenzio, Stephan Micus che considero un po’ il mio maestro, anche lui polistrumentista che incide per la ECM records, etichetta tedesca che io amo e seguo da molti anni perchè le sue proposte sono sempre all’avanguardia. Infine Jon Hassell, grande trombettista statunitense morto un anno fa: componeva quella che lui chiamava la musica del quarto mondo, tra futuro e antico; sostanzialmente il creatore della world music che ha lavorato molto anche con Brian Eno. Io mi sono spesso ispirato al suo mondo sonoro molto particolare.

Personalmente sono sempre stato molto curioso: sono partito dal rock, sono arrivato alla musica classica, poi sono passato al jazz. Ho cominciato poi ad interessarmi della musica etnica, poi ho ascoltato tutto il minimalismo americano…e sembrerà impossibile, ma sono anche un grandissimo fan di Tom Waits!

Secondo te la provincia di Vicenza è un buon posto per i musicisti?

Sì, lo è. Ci sono buone proposte musicali anche se non sempre vengono valorizzati i musicisti locali, ma questo avviene un po’ ovunque. 

Io mi ritengo fortunato perché ho comunque una buona attività concertistica, collaboro con compagnie teatrali, faccio interventi musicali in vari ambiti pubblici e privati, ma mi sarebbe piaciuto poter suonare in luoghi più significativi, essere invitato a festival musicali…e questo non sempre avviene. Al di là di questo, ci sono comunque buone proposte musicali in città e provincia e anche buoni spazi alternativi per i musicisti. Purtroppo il problema (o la scusa) principale è sempre la mancanza cronica di soldi delle varie amministrazioni. Poi però per i grandi eventi i soldi ci sono sempre anche se costano cifre astronomiche.

Il concerto più bello che hai fatto?

L’ultimo di solito è sempre il migliore, e corrisponde a quello fatto in agosto a Isola Vicentina presso il chiostro del convento dei frati. E’ un luogo magico dove si respira silenzio e spiritualità, perfetto per la mia musica. Ho fatto un concerto di musica armena insieme a Giuseppe Laudanna; si è creata un’atmosfera bellissima e abbiamo suonato bene per un pubblico molto entusiasta ed emozionato. Un’altro concerto che ricordo e vorrei menzionare è quello che ho tenuto qualche anno fa al Panic Jazz di Marostica, un locale che per me è sempre stato molto importante perché in quel palco hanno suonato grandissimi nomi della scena musicale internazionale.

Quindi, quando mi hanno invitato a suonare ero molto emozionato e per me è stata un’esperienza fantastica e importante da inserire nel mio umile curriculum musicale.

I primi tre strumenti che salvi dal diluvio universale?

Sicuramente il duduk armeno ( https://www.youtube.com/watch?v=FcYajcOcnpY ), il khene del Laos ( https://www.youtube.com/watch?v=lg5HM0eeF8g ) e ovviamente…il flauto traverso che ritengo sia stato lo strumento che ha dato una svolta alla mia vita. Senza il flauto il mio percorso professionale e lavorativo avrebbe preso altre strade. Negli anni ’70 lavoravo in una fabbrica e ho quindi studiato lavorando… Non è stato facile, ma il flauto mi ha permesso di uscire da quella situazione e crearmi una strada diversa molto più interessante e soddisfacente. Ora mi ritengo fortunato, ma tutto quello che ho fatto me lo sono guadagnato anche grazie alla mia caparbietà: quando parto per un progetto di solito sono molto determinato e lavoro molto per raggiungere l’obiettivo!

Dopo la musica e la pittura ci sarà un’altra avventura? 

Non credo… comunque coltivo già da sempre un’altra grande passione: la cucina, alla quale mi ci dedico da una vita con ottimi risultati.

Se dovessi pensare all’educazione musicale di un bambino, che strumento a fiato gli suggeriresti?

Il flauto traverso sicuramente, anche perché è il più immediato da imparare tra gli strumenti a fiato, perché non ha i problemi che hanno gli strumenti ad ancia. Basta imparare a “soffiarci dentro”. Tutti gli strumenti hanno le loro difficoltà, ma considero l’ancia un grosso ostacolo. Io in effetti le ance per il Duduk devo recuperarle in Armenia, quindi è proprio un problema di praticità.

Parlami dei tuoi CD

Il primo cd l’ho realizzato completamente da solo, nel secondo ho collaborato con Luca Nardon alle percussioni, nel terzo ho chiamato a collaborare Giuseppe Laudanna e molti altri musicisti. Infatti si sente una maggiore apertura verso l’armonia. Nei primi cd ero più legato ai bordoni o drone, nel terzo cd con Laudanna si è aperto invece un mondo nuovo. Lui è anche jazzista e sa creare con molta semplicità arrangiamenti meravigliosi perfetti per i miei stumenti. Abbiamo ormai un ottimo affiatamento.

Con chi ti è piaciuto di più collaborare

Con Giuseppe Laudanna sicuramente, perchè mi fa sentire molto sicuro nelle situazioni live. Con lui posso anche dedicarmi a riprendere temi e melodie popolari e suonarle interpretandole a modo nostro. Brani armeni, macedoni, serbi, sardi fino a Bepi De Marzi. Una caratteristica della mia musica è anche quella di poter interpretare una famosa canzone sarda come “No Potho Reposare” con una sonorità armena che nulla ha a che fare con quella regione, ma che rende tutto molto originale e suggestivo. 

Quello che trovo particolare è che tu abbia una passione per gli strumenti a fiato dell’area medio orientale.

In effetti non sono molto attratto dai suoni dell’America Latina. Mi interessano invece molto di più certe sonorità dell’Europa dell’est, dei paesi nordafricani e dell’estremo oriente.

Adoro le sonorità aspre e un pò selvagge delle cornamuse presenti in certi paesi del nord Africa o dell’Iran, o i doppi flauti del Pakistan…

Gli strumenti medio-orientali sono più interessanti per il timbro o per le melodie che si possono produrre?

Io lavoro soprattutto sul suono di certi strumenti; nel mondo ci sono melodie e sistemi musicali meravigliosi, ma io non voglio suonare la musica tradizionale. Se suonassi musica indiana mi sembrerebbe di imitarla e sarei poco credibile come musicista, mentre preferisco suonare la mia musica utilizzando però i loro strumenti.

Che strumento vorresti trovare sotto l’albero di natale?

Ormai ho quasi tutto ciò che desideravo avere; ho davvero il mondo di strumenti etnici in casa (circa 300 ndr). Mi piacerebbe un nuovo flauto pakistano, un’alghoza che comunque sta arrivando…

( https://www.youtube.com/watch?v=hzEIz9YuwiE ).

Più che cercare nuovi strumenti, per il momento sono interessato a migliorare quelli che ho già, acquistandone di nuovi che abbiano magari migliori caratteristiche sonore ed espressive.

Ma la ricerca e la curiosità non finisce mai e ci sono sempre nuovi strumenti in arrivo.

Ora un costruttore francese sta costruendo per me un flauto in osso di cervo. Uno strumento dalla sonorità che ci riporta indietro nel tempo, quasi alla preistoria del suono.

Chi vuole conoscere meglio la mia musica e approfondire la conoscenza sugli strumenti della mia collezione può visitare il sito www.giuseppedalbianco.it 

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