La vacanza dell’italiano medio inizia quando dice che quest’anno non farà vacanze.
Lo dice a gennaio, con aria di chi ha capito la vita e di chi, soprattutto, vuole farvi capire che lui non ha bisogno di staccare, che il mare è dentro di sé, che è un lifestyle. Poi, a marzo, è già lì che confronta i prezzi dei voli su Skyscanner “tanto per vedere”. Perché non è che non ci vada, in vacanza. È che deve andarci controvoglia. La narrativa ufficiale è: “Eh, sai, abbiamo trovato un’offerta”, come se fosse finito in Sardegna per sbaglio, come se la prenotazione di un appartamento con aria condizionata e lavastoviglie fosse un incidente domestico.
La destinazione è sempre quella: mare, e meglio se conosciuto. L’italiano medio crede nella fedeltà geografica: tornare ogni anno nello stesso posto è segno di stabilità, di radici, di “lì mi conoscono tutti”. Se ci pensi, è il contrario esatto del viaggio, ma la cosa non lo disturba. L’idea di cambiare spiaggia gli fa la stessa paura di cambiare banca. Il primo vero atto della vacanza è il check-in su Instagram. Foto del sedile dell’aereo con didascalia “si parte” (a volte con emoji dell’aeroplano, per i più raffinati), oppure, se si va in macchina, foto del cruscotto con indicazione “Rimini, arrivo”. Nessuno è ancora lì, ma già tutti devono saperlo.

Poi la liturgia balneare. L’ombrellone non si affitta: si eredita. Lo stesso stabilimento, lo stesso bagnino, le stesse chiacchiere (“quest’anno il tempo è strano, eh?”). L’ombrellone in terza fila è un compromesso tra due verità: davanti costa troppo, dietro si muore di caldo. La vera abilità sta nel trovare la terza fila “centrale”: così si vede il mare, ma non si spende come i cretini della prima. Il pranzo è un punto fermo: spaghetti alle vongole che hanno viaggiato più di voi, fritto misto “del giorno” che ha visto l’alba in Tailandia, conto che ti fa rimpiangere il mutuo. L’italiano medio dice che “non bada a spese in vacanza”, ma lo dice dopo aver passato 45 minuti a scegliere il ristorante con il menù più lungo. La sera si passeggia. È un obbligo sociale: la vasca serale non serve a vedere il posto, ma a farsi vedere nel posto. Lei con il vestito bianco di lino (quello “da vacanza”), lui con la polo Ralph Lauren presa al mercatino (“tanto è uguale”) e mocassini senza calze, che fanno quell’abbronzatura a strisce sulla caviglia. Selfie davanti al molo, caption “paradiso”, tre hashtag di troppo, like della zia che scrive “bellissimi ❤️”.

Ma la vera vacanza non è lì, in quel tramonto che sembra un salvaschermo. È nella competizione sotterranea con amici e colleghi: chi ha la stanza più vista-mare, chi ha pagato meno il volo, chi ha beccato più giorni di sole. Ogni racconto è un’arma. “No, noi quest’anno a Formentera… ma niente di che, eh” (traduzione: era da Dio). “Sai che alla fine abbiamo trovato un villaggio con la formula all inclusive?” (traduzione: abbiamo mangiato come cinghiali). A settembre, tutti rientrano con la stessa frase: “Bellissimo, ma costava tutto un’esagerazione”. Vale per Parigi, vale per Ibiza, vale per Cesenatico. La vacanza, per l’italiano medio, è un miracolo fragile: deve essere stata splendida ma anche faticosa, rilassante ma costosa, unica ma identica a tutte le altre. Perché il vero scopo delle vacanze non è riposare. È poter dire che le hai fatte, con una quantità sufficiente di prove fotografiche, e con la sensazione rassicurante che l’anno prossimo sarà esattamente lo stesso. Lo stesso mare, lo stesso lettino, la stessa foto del tramonto. Tradizione, la chiamano. Intanto buona settimana di ferragosto a tutti.











