Partiamo dal dato di fatto, senza giri di parole: noi vicentini beviamo.
Non “beviamo un po’ di più della media nazionale”. Beviamo strutturalmente. Beviamo istituzionalmente.
Beviamo come se fosse uno dei tre pilastri della nostra identità collettiva, insieme al mutuo a 30 anni e alla convinzione che il traffico di viale Verona sia causato da una congiura internazionale. E non è alcolismo nel senso clinico del termine. È etnografia liquida. È una pratica sociale così radicata che se la togli, togli un pezzo di collante etnico. Immaginate di entrare in un paesino del vicentino alle 18:15 di un martedì qualunque: il 70% degli adulti presenti nel raggio di 300 metri sta tenendo in mano un bicchiere. Non è happy hour. È l’ora in cui la società vicentina si riconosce come tale. È il momento in cui il prete, l’operaio in cassa integrazione, la commercialista con la Porsche e il pensionato con la pensione minima si guardano negli occhi e si dicono, senza bisogno di parole: “Sì, siamo ancora qui. E beviamo”. Sociologicamente parlando – e lo dico con la faccia di chi ha letto due pagine di Bourdieu in treno – lo spritz funziona da noi come un rito di passaggio quotidiano. Non c’è bisogno di laurea in antropologia per capirlo: ogni bicchiere è una micro-ripetizione del patto sociale. “Accettiamo le condizioni del mondo così com’è (nebbia, mutuo, stipendio fermo al 2008, figli che se ne vanno a Milano o a Londra), però lo facciamo insieme, in piedi, al banco”. È una forma di solidarietà liquida ante litteram. Zygmunt Bauman sarebbe andato matto: da noi il liquido non è instabilità, è stabilità. Il prosecco tiene insieme le cose. E poi c’è la questione della gerarchia temporale. Da noi il tempo non è lineare: è ciclico e scandito dal colore del bicchiere. Mattina: liscio (prosecco + seltz o acqua gassata). Mezzogiorno: bianco fermo. Pomeriggio: spritz vero e proprio. Sera: si va sui rossi. Notte: superalcolici, perché “tanto ormai”. È un calendario liturgico alcolico. Un’altra caratteristica sociologica degna di nota è l’assenza quasi totale di stigma. In altre parti d’Italia bere troppo è ancora percepito come una devianza, una perdita di controllo, un fallimento morale. Da noi no. Un vicentino ubriaco alle due di notte che barcolla verso casa non è “un fallito”. È un lavoratore che ha compiuto il suo turno di socializzazione. È andato a “fare la spesa”, ha pagato il suo tributo alla comunità, e ora torna al nido. Con dignità veneta, ovviamente: sciarpa fuori dal giaccone, passo lento ma deciso, sguardo fisso su un punto indefinito all’orizzonte (di solito il lampione successivo). Da noi non si beve per dimenticare. Si beve per ricordare che siamo tutti nella stessa merda. E la cosa più inquietante – o forse la più poetica – è che questa pratica non ha bisogno di giustificazioni psicologiche. Non beviamo perché “il lavoro è stressante”. Non beviamo perché “il matrimonio è in crisi”. Non beviamo perché “c’è la crisi”. Beviamo perché è martedì. E se è martedì e non bevi, allora sì che c’è qualcosa che non va. Il non-bere diventa sospetto. È come se rompessi l’equilibrio omeostatico della comunità. Una volta, in un momento di follia igienista, ho provato a fare il sobrio per un mese intero. Risultato: i miei amici hanno iniziato a guardarmi con commiserazione doc. Non mi dicevano “bravo”. Mi dicevano: “perché?”. Come se la sobrietà fosse il vero sintomo di disagio esistenziale. Quindi sì. Sì, i vicentini bevono. E lo fanno con una coerenza culturale che altre popolazioni possono solo invidiare. Non siamo alcolizzati: siamo etnografi sul campo, 365 giorni l’anno. Stiamo documentando, bicchiere dopo bicchiere, che la rassegnazione diventa quasi una forma di gioia collettiva. Quasi. Alla vostra salute. E alla mia, che – statistica alla mano – ne ho più bisogno di tutti. E se capita di vedersi, il primo lo offro io. Il secondo lo pagate voi. Il terzo lo offriamo tutti e due, perché ormai siamo amici. E da noi l’amicizia inizia al terzo giro. Prima è solo conoscenza.

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