Trump non è l’America. E il dialogo tra popoli non può essere una minaccia

Riceviamo e pubblichiamo

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui il dibattito pubblico in Italia tende a irrigidirsi su automatismi ideologici, e accade spesso quando si parla di Stati Uniti. Lo dimostrano alcune critiche recenti, anche autorevoli, rivolte al Festival dell’Amicizia Italia-USA, in programma a Vicenza. Critiche che, pur legittime nelle intenzioni, finiscono però per scivolare in una lettura semplificata della realtà, quasi si potesse ridurre l’intero mondo americano alla stagione di Trump, o la presenza USA in Europa a un “progetto di militarizzazione”. Serve un po’ più di onestà intellettuale. E soprattutto, serve uno sguardo più lungo. I governi cambiano, e sempre più velocemente. L’America di Trump, con la sua retorica aggressiva, le sue azioni unilaterali e le frequenti violazioni del diritto internazionale, ha lasciato ferite profonde nella credibilità dell’Occidente. Ma oggi quello stesso Trump è fonte di imbarazzo persino per settori storici del Partito Repubblicano. È chiaro a molti, negli Stati Uniti e altrove, quanto quella leadership abbia danneggiato le istituzioni democratiche e l’equilibrio internazionale. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare ciò che accade nel resto del mondo. I crimini perpetrati dal governo Netanyahu a Gaza hanno superato da tempo la soglia della legittima difesa, assumendo per molti il carattere di un vero e proprio genocidio. Ma anche qui: il popolo israeliano non è Netanyahu. Così come l’Iran non si esaurisce nel suo regime teocratico. In Iran, milioni di giovani, donne e uomini, lottano ogni giorno per la libertà, la giustizia, i diritti civili. Una lotta generazionale coraggiosa, contro un regime fuori dal tempo e fuori da qualsiasi logica democratica. Così come negli Stati Uniti esiste un’America diversa da quella dei generali e dei droni: quella degli attivisti per il clima, degli intellettuali progressisti, dei movimenti per la giustizia razziale, delle università aperte al mondo, delle comunità locali che difendono i diritti civili anche quando Washington li tradisce.

Il Festival dell’Amicizia Italia-USA nasce proprio in questo spirito. Un folto programma di eventi che parla principalmente di cultura e costume. Non solo in chiave geopolitica. Dai seminari sulle vere origini delle fettuccine “Alfredo” e degli spaghetti al pomodoro, alle lezioni su Cristoforo Colombo, passando per appuntamenti letterari, museali, serie TV e show cooking: l’intento è chiaro, ed è lontanissimo da qualsiasi celebrazione retorica della potenza americana. È il racconto di un legame. Di una storia. Di contaminazioni che hanno arricchito entrambi i popoli. Il Congresso americano nel 2010 ha dichiarato Palladio “padre dell’architettura americana”, potrebbe bastare questo a chiarire il senso del festival. Chi teme che questo evento voglia “normalizzare” la presenza militare statunitense a Vicenza, dimentica che la memoria storica, compresa quella delle lotte civili e antimilitariste, non si difende negando il presente. Si difende valorizzandolo. Vicenza fu liberata certamente dai partigiani e dalla lotta di Resistenza ma anche grazie alle truppe americane. Lo si può ricordare senza per questo cancellare le battaglie condotte contro la militarizzazione del nostro territorio. E si può parlare di amicizia con l’America, oggi, proprio per rafforzare il legame con la parte migliore di quel Paese. Sono chiari a tutti i motivi per cui Vicenza è particolarmente sensibile a questi temi, ospitando alcune tra le basi militari americane più importanti in Europa. Ma proprio per questo serve distinguere tra le necessarie riflessioni politiche e le opportunità culturali di dialogo tra vicentini e statunitensi. Chiudere le porte al confronto, allo scambio culturale, significa fare un torto alla nostra stessa intelligenza collettiva. Vicenza è e deve continuare ad essere una città viva, consapevole, critica. Che merita di guardare avanti, senza perdere la memoria e senza restarne prigioniera. Abbiamo bisogno di costruire ponti. Non muri. E nessun fondo pubblico sarà usato per il Festival, vogliamo davvero limitare l’organizzazione di rassegne culturali? Mai come oggi appare chiaro come il futuro debba costruire con chi sceglie la curiosità, l’approfondimento, la cultura e il dialogo, invece del sospetto automatico. E questo, almeno a sinistra, dovrebbe essere un punto fermo.

Giacomo Bez

Capogruppo PD Vicenza

UN MESE DI GUERRA

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