Jan Lisiecki e i 24 Preludi di Chopin – una lettura di rara purezza

Jan Lisiecki, 30 anni appena compiuti, è oggi uno dei più grandi pianisti al mondo quando si tratta di trasmettere l’essenza di Chopin. Lo ha dimostrato ancora una volta qui al Teatro Comunale di Vicenza, venerdì 14 novembre, quando ha eseguito l’intero ciclo dei 24 Preludi op. 28 senza intervallo. Prima di parlare di lui, però, è impossibile non ricordare dove e come quei Preludi sono nati. Chopin li cominciò nel 1836-37, ma la maggior parte prese forma nell’inverno più nero della sua vita: Valldemossa, Maiorca, 1838-1839. Alloggiato con George Sand e i figli di lei in tre celle abbandonate di un ex-monastero cartusiano, sotto una pioggia incessante, con la tosse che gli squassava il petto e un pianoforte Pleyel che arrivò con settimane di ritardo (e sul quale dovette pagare una dogana esorbitante), Chopin trasformò la sofferenza in 24 miniature perfette. George Sand scrisse che Frédéric “tossiva sangue e componeva capolavori”. Il celeberrimo Preludio n. 15 in Re bemolle maggiore (“Goccia d’acqua”) nacque proprio lì, dal suono ossessivo della pioggia sul tetto della cella: la nota La bemolle ripetuta per 89 battute non è un effetto, è un ricordo fisico. Lisiecki questo lo sa, lo sente, ma non lo esibisce mai. La sua lettura è l’opposto del romanticismo lacrimoso che troppo spesso appesantisce Chopin. Il suo tocco è limpido, quasi lunare, il pedale usato con parsimonia estrema, la dinamica sempre controllatissima ma mai fredda. Dove altri pianisti cercano il “pathos” a tutti i costi”, Lisiecki cerca la verità architettonica del pezzo, e la trova. Il Preludio n. 1 in Do maggiore è stato un lampo di luce pura, senza la minima sbavatura; il n. 3 in Sol maggiore una cascata di note sinistra così leggera da sembrare scritta da Mendelssohn in un giorno di grazia; ma la perfezione è arrivata col n. 15: la goccia d’acqua non era un effetto speciale, era una presenza fisica, ma senza alcuna enfasi. Lisiecki non suona Chopin “alla polacca” nel senso nostalgico-nazionalista, né alla russa nel senso drammatico-espressionista. Suona Chopin come un musicista del XXI secolo che ha studiato Bach, Mozart e il contrappunto fino all’ossessione, e che quindi restituisce a queste miniature la loro struttura adamantina senza sacrificarne la poesia. È la stessa purezza che aveva Dinu Lipatti, la stessa intelligenza armonica di Krystian Zimerman, ma con una freschezza giovanile che rende ogni ascolto una rivelazione. Se esiste ancora una via “giusta” per suonare Chopin oggi, Jan Lisiecki la sta indicando con una sicurezza impressionante.

Dicembre 2025

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