Jacopo Bulgarini D’Elci ci parla del festival Italia-Usa

Se lo scopo era far rumore, si può dire che l’obbiettivo è stato centrato in pieno. Ne abbiamo parlato più volte dell’Italia-America Friendship Festival e l’abbiamo fatto un po’ sbigottiti di fronte alle proteste di una parte di città. Si tratta di un festival prettamente culturale ma non è bastato a placare chi ci ha visto un’adesione supina alla militarizzazione made in USA della città. Alla vigilia dell’inizio della rassegna, abbiamo incontrato il direttore artistico Jacopo Bulgarini D’Elci, per capire anche da lui come stanno le cose. Sono le ore in cui è caldissima la notizia dell’assassinio di Charlie Kirk, leader dei giovani trumpiani.

Ciao Jacopo. Si direbbe che in America il clima sia insostenibile.

Si, e la cosa mi spaventa. Kirk è stato colpito e ucciso mentre presentava in pubblico le sue idee, come faceva da anni: affrontando studenti che lo amavano e altri che lo detestavano, dibattendo attivisti dell’opposta fazione, discutendo. Le sue idee non mi piacevano per niente. Non credo di essere mai stato d’accordo con lui su nulla. La sua idea di società era per molti aspetti opposta alla mia. Ma erano le sue idee, che portava avanti non a botte ma dibattendole. E in rete – negli USA come da noi – sono fioccati commenti che mettono i brividi: se l’è cercata, uno di meno, è il karma, avanti un altro… Aveva 31 anni, due figli, gli hanno sparato mentre parlava all’università – e c’è gente che esulta perché lo hanno ammazzato. Stiamo perdendo la nostra umanità, ma anche la semplice capacità di convivere con chi la pensa in maniera diversa. Di accettare il suo diritto ad esistere, e il diritto ad esistere del suo punto di vista, diverso dal nostro.

Come ti spieghi l’estrema polarizzazione che oggi ha preso una deriva irrefrenabile e riguarda ogni ambito del dibattito? Anche il festival da te diretto ne è stato vittima.

Questo odio feroce, dilagante, di una parte contro l’altra, tra opposte fazioni, fa paura. Ma non è senza precedenti. Nella prima serata del festival rileggeremo pagine molto belle, lucidissime e pure profetiche, di Pasolini. Sul suo rapporto conflittuale con l’America, e con la modernizzazione della società. Ma il primo brano che ascolteremo è del ‘68, e si chiama “Un odio difficile da immaginare”. Pasolini scrive così: “È nata una divisione terroristica tra «giusti» e «reprobi»: verso il «reprobo» il «giusto» sente un’antipatia fisica cosí forte, che, benché magari suo conoscente da anni, e fino al giorno prima, appartenente a una stessa generica cerchia sociale con analoghe idee politiche, sente quasi una sorta di ripugnanza; non gli stringe la mano; lo evita; gli gira al largo; gli prepara intorno una specie di clima da linciaggio”. Una deriva che forse ritroviamo oggi, nei suoi effetti estremi, alla massima potenza. E che il festival contrasta, portando tante figure di intellettuali, artisti e ricercatori, e offrendo al pubblico le loro riflessioni. Penso a quella che concluderà la tre giorni, domenica sera, con Matteo Nucci che parlerà di “guerra e pietà” attorno a tre giganti della letteratura di ogni tempo: Omero, Hemingway, Rigoni Stern.

Hai spiegato più volte come questo festival sia un’operazione strettamente culturale, eppure non sembra sia stato capito. C’è un sentimento anti-americano in città difficile da estirpare secondo te?

È del tutto legittimo che ci siano opinioni diverse, anche contrarie. Ed è chiaro che l’argomento della presenza statunitense a Vicenza è, per alcuni, difficile o persino urticante. Ma vandalizzare i manifesti, scrivere ai relatori raccontando loro fandonie per cercare di convincerli a non venire a Vicenza, spargere falsità consapevoli sul festival, i suoi sponsor e le sue motivazioni, persino tentare di intimidire chi sta collaborando con questo progetto o arrivare a minacciare di cercare di impedire che si svolgano pacifici incontri culturali, beh, questi sono atti intolleranti e persino violenti, che superano i limiti di una normale e legittima contrarietà. Nessuno ha contestato, nel merito, neanche uno dei 30 eventi che abbiamo costruito, e che grazie agli sponsor non costano niente al bilancio pubblico e sono quasi tutti gratuiti per i partecipanti. Il problema non sono i contenuti, mi dicono, di cui anzi viene apprezzata la qualità: il problema è parlare di America, oggi, nel modo in cui abbiamo scelto di farlo noi. Cioè culturale e non politico. Ma io rivendico il diritto di poterlo fare, e rifiuto la logica manichea per cui se fai un festival sugli incroci tra cultura italiana e cultura americana sei “complice di quel che succede a Gaza”.

Già, Gaza. Come vivi quel che sta accadendo laggiù?

Io ho orrore per il massacro di Gaza, come ce l’hanno le centinaia di migliaia di americani che scendono in piazza per protestare denunciando il supporto dell’amministrazione statunitense alle azioni atroci del governo Netanyahu, il peggiore della storia di Israele. Non per questo dovremmo smettere di leggere libri o guardare film o ascoltare musica che vengono dall’America. Allo stesso modo, è chiaro che siamo in uno dei periodi più difficili dei rapporti storici tra Stati Uniti ed Europa. Ma proprio per questo io credo che sia giusto continuare nello sforzo di costruire ponti. Cioè fare quello che fa il dialogo culturale: mettere a confronto idee, visioni, prospettive. Avvicinare comunità e mondi. Tenere viva la capacità di parlarsi, di resistere alla tentazione di alzare muri e rigettare tutto quello che arriva dall’altra parte, indiscriminatamente. Il Festival Italia-America vuole fare esattamente questo: ricordarci che non ci saremmo noi, come siamo oggi, senza l’America; e che non ci sarebbe l’America senza l’apporto italiano. Ricordarci che la nostra cultura, il nostro gusto, le nostre idee, derivano da questo intreccio di influenze reciproche, di sovrapposizioni, di comunanze e dissonanze. Da questa mescolanza. Perché non siamo bianchi o neri: siamo in scala di grigi, o se si preferisce un impasto di colori. E per fortuna.

Febbraio 2026

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