Vicenza, crocevia di bellezza e contraddizioni, si trova al centro di una nuova, grottesca pantomima: l’ITALIA-AMERICA Friendship Festival, in programma dal 12 al 14 settembre 2025, è sotto attacco. Non da parte di chissà quale potenza straniera, ma da un manipolo di reduci ideologici che, con la solita furia moralistica, vogliono spegnere un evento culturale prima ancora che nasca. L’ANPI locale, spalleggiata da gran parte di Coalizione Civica (che però ci tiene a sottolineare come, a differenza di ANPI, non chieda l’annullamento ma sia solo molto critica), ha diramato un appello per boicottare il festival, reo di celebrare l’amicizia tra Italia e Stati Uniti in un momento in cui gli USA, a loro dire, puzzano di Trump e di militarismo. Un’operazione, sostengono, che sotto la patina culturale nasconderebbe una legittimazione diplomatica e bellica. Roba da far ridere i polli, se non fosse che il ridicolo si tinge di una tinta più sinistra: quella di un’intolleranza che sa di muffa sovietica. Partiamo dai fatti, come farebbe un cronista d’altri tempi, prima che il giornalismo diventasse un megafono per isterie collettive. Il festival è un progetto che esplora, attraverso l’arte, la letteratura, la musica, i legami profondi e complessi tra Italia e America ed è diretto da Jacopo Bulgarini d’Elci (consigliere esterno a titolo gratuito per la valorizzazione e internazionalizzazione del brand Vicenza e i rapporti con la comunità americana). Non è un inno alla NATO, non è un corteo di carri armati, ma un’occasione per riflettere su un rapporto storico fatto di Fellini e Faulkner, di jazz e neorealismo, di emigrazioni e influenze reciproche. Nessun soldo pubblico, badate bene: zero euro dal Comune. Un’iniziativa privata, aperta a tutti, che non chiede nulla se non la curiosità di chi vorrà partecipare. Eppure, per l’ANPI e i suoi sodali, questo è troppo. Non basta ignorarlo, non basta criticarlo, non basta organizzare un contro-evento per dire la loro. No, bisogna vietarlo, cancellarlo, estirparlo come un’eresia. L’ultima volta che a Vicenza qualcuno ha chiesto di far saltare un evento culturale è stato quando i fascisti di Forza Nuova, con la bava alla bocca, volevano impedire lo spettacolo di Angélica Liddell al Teatro Olimpico. Stessa logica, stesso fanatismo: se qualcosa mi urta, non mi limito a girare la testa, devo distruggerlo. È la mentalità totalitaria, che sia di destra o di sinistra, poco importa: il risultato è lo stesso, un’arroganza che vuole zittire il pluralismo. E qui veniamo all’ANPI, che ormai è poco più di una barzelletta, ma di quelle tristi, che fanno ridere solo per imbarazzo. Un’associazione nata per custodire la memoria della Resistenza si è trasformata in un club di nostalgici di un anticapitalismo da operetta, sempre pronti a brandire la bandiera dell’antifascismo come una clava, ma incapaci di fare i conti con la storia. L’ANPI, che dovrebbe essere un baluardo della libertà, si è macchiata di un silenzio assordante di fronte alla guerra di Putin in Ucraina, incapace di prendere una posizione chiara contro un’aggressione imperialista che richiama i peggiori spettri del Novecento. Nessuna condanna netta, nessun coraggio: solo un balbettio che puzza di equidistanza, come se la libertà di un popolo sotto le bombe fosse un dettaglio trascurabile. E ora, a Vicenza, eccoli di nuovo, a gridare contro un festival culturale come se fosse un complotto della CIA. È la logica del sospetto, del complottismo, della demonizzazione dell’Altro (in questo caso l’America) che sa tanto di Guerra Fredda, di propaganda filosovietica riciclata per il XXI secolo. Patetico, davvero. Intanto, il centrodestra vicentino si gode lo spettacolo, e come dargli torto? Gli antagonisti, con il loro furore censorio, fanno il gioco di chi ama dipingere la sinistra come un covo di intolleranti. Quando fai politica per distruggere, per vietare, per cancellare, finisci per rovinare la tua stessa causa. Coalizione Civica e l’ANPI non rappresentano la sinistra, rappresentano una sua caricatura, un residuato bellico che non sa dialogare, ma solo urlare. E il paradosso è che, mentre si agitano contro un festival che parla di cultura e dialogo, regalano munizioni a chi vuole smantellare proprio quel pluralismo che dicono di difendere. La verità è semplice: se non ti piace il festival, non ci vai. Organizza un dibattito, scrivi un pamphlet, canta Bella Ciao sotto le finestre dell’assessore. Ma chiedere di vietare un evento culturale, autofinanziato e aperto a tutti, è un atto di prepotenza che non ha nulla di democratico. È il gesto di chi ha paura delle idee, di chi non sa confrontarsi se non con il manganello della censura. Vicenza merita di meglio: merita un dibattito vivo, non un rogo. E l’ANPI, se vuole ancora essere presa sul serio, dovrebbe ricordarsi che la libertà non si difende soffocando quella degli altri.

VICENZA A FIANCO DEL POPOLO IRANIANO
Si è svolta domenica 18 gennaio in Piazza delle Erbe una manifestazione di solidarietà al popolo iraniano devastato dal regime









