La città, il corpo, il linguaggio: come il festival Re:set ha riscritto l’8 marzo

Il 6 marzo 2026, a Vicenza è accaduto qualcosa di innovativo. Gli ampi spazi dell’Ex Centrale del Latte si sono aperti per ospitare “Re:set”, un festival che promette di scardinare l’ormai stanca retorica che troppo spesso svuota di significato la Giornata internazionale della donna. Fino all’8 marzo si è entrati in un vero e proprio cantiere culturale aperto a tutta la città, dove le immagini, i corpi e persino l’urbanistica sono stati passati al setaccio per smontare stereotipi e bias di genere.

​Il progetto è nato dal basso, “di pancia”, grazie all’urgenza e alla sinergia di una fitta rete di associazioni e professioniste del territorio, unite dalla volontà di creare un luogo di confronto reale, che sia al tempo stesso accessibile e profondo. Per addentrarci nell’anima di quel che è successo in questa tre giorni vicentina, abbiamo dialogato direttamente con chi ha coordinato questa complessa e affascinante macchina culturale: Cristina Malavolta, responsabile del progetto e direttrice operativa di Illustri APS.

Venerdì 6 marzo: I giovani e l’importanza del linguaggio

Durante la mattinata gli studenti hanno visitato un percorso immersivo. Quanto è importante l’immersività per un tema così ampio come le narrazioni di genere?

È molto importante perché temi complessi come le narrazioni di genere non si comprendono solo attraverso una spiegazione teorica. Abbiamo scelto un approccio immersivo proprio per questo: permettere ai ragazzi di attraversare immagini, parole, opere artistiche e spazi interattivi che li mettano in relazione diretta con i contenuti. L’arte, l’illustrazione, la fotografia e la videoarte hanno la capacità di rendere visibili dinamiche culturali che spesso restano implicite. L’esperienza diventa quindi uno strumento di consapevolezza: non si tratta solo di ascoltare, ma di osservare, reagire, interrogarsi e lasciare anche il proprio punto di vista.

Da dove nasce l’idea di un laboratorio sulle etichette e sui pregiudizi sociali?

Nasce dall’osservazione di quanto il linguaggio influenzi il modo in cui guardiamo gli altri e noi stessi. Le etichette sono spesso scorciatoie mentali: semplificano la realtà ma rischiano anche di irrigidire identità e relazioni. Il laboratorio è pensato proprio per smontare queste dinamiche, mostrando come parole e categorie possano creare aspettative e stereotipi. Per i giovani è uno strumento importante per leggere con più consapevolezza il contesto culturale in cui vivono.

Il tema del consenso e dell’educazione all’affettività è oggi molto discusso. Può contribuire a contrastare fenomeni di violenza?

Assolutamente sì. Parlare di consenso significa prima di tutto parlare di relazione, di ascolto e di rispetto dei confini dell’altro. L’educazione all’affettività è fondamentale perché aiuta a sviluppare strumenti emotivi e relazionali. Quando si imparano fin da giovani il rispetto reciproco, la libertà di scelta e la responsabilità nelle relazioni, si costruisce una base culturale che può prevenire forme di violenza, anche quelle più sottili come la violenza psicologica o simbolica.

Crede che in Italia ci sia una reale consapevolezza sui bias culturali e sugli stereotipi di genere?

La consapevolezza sta crescendo, ma siamo ancora in una fase di transizione. Molti stereotipi sono profondamente radicati nella cultura e spesso agiscono in modo invisibile, attraverso il linguaggio, le immagini o le aspettative sociali. Progetti culturali come Re:set cercano proprio di portare questi meccanismi alla luce. Il primo passo per cambiare qualcosa è riconoscerlo.

Quanto sono importanti le esperienze sensoriali ed emotive per comprendere questi fenomeni?

Sono fondamentali. L’arte e le esperienze sensoriali permettono di attivare una comprensione che non è solo razionale ma anche emotiva. Quando un contenuto passa attraverso immagini, corpo e percezioni, riesce a generare un coinvolgimento più profondo. Questo tipo di esperienza spesso apre spazi di riflessione che una spiegazione teorica da sola non riesce a creare.

Sabato 7 marzo: La consapevolezza e la dimensione corporea

La giornata ha dedicato spazio alla dimensione corporea. Che significato assumono questi workshop oggi?

Le attività di sabato mattina sono state dedicate al corpo come spazio di consapevolezza con laboratori rivolti a un pubblico adulto. Re:set parte dall’idea che il lavoro su stereotipi, bias e narrazioni interiorizzate non possa limitarsi alla dimensione razionale, ma debba coinvolgere anche il corpo, luogo in cui tensioni e automatismi si radicano nel tempo.

Quanto è importante oggi l’ascolto di sé?

Oggi è fondamentale sviluppare consapevolezza, sia di sé sia del contesto in cui viviamo. Solo così possiamo evitare di diventare, spesso inconsapevolmente, i primi vettori di stereotipi e bias culturali. Molte narrazioni che circolano nella società sono semplificate o distorte: pensiamo per esempio all’immagine caricaturale del femminismo, spesso ridotto allo scontro tra donne e uomini. In realtà il femminismo è, da oltre due secoli, una pratica culturale e politica che lavora su inclusione, pluralità e riconoscimento delle differenze.

In questo senso ascoltarsi significa anche riconoscere il proprio valore senza scivolare in retoriche celebrative o slogan di empowerment. Significa acquisire consapevolezza e responsabilità, per poter diventare parte attiva di un cambiamento culturale più ampio.

Il gender gap nel mondo artistico esiste ancora. Ci sono spazi per cambiarlo?

Il gender gap non è uno slogan o una percezione: è una realtà documentata da numerosi dati statistici che riguardano molti ambiti della società — dal lavoro alla rappresentanza politica, dalla ricerca scientifica alla cultura. Anche nel mondo artistico e musicale queste differenze sono visibili, per esempio nella presenza delle donne nei ruoli creativi, produttivi o decisionali.

Nel festival Re:set abbiamo scelto di affrontare il tema attraverso un talk dedicato al mondo della musica. Non perché lì il problema sia più evidente che altrove, ma perché è un ambito che racconta molto bene come funzionano certi meccanismi culturali: visibilità, accesso alle opportunità, riconoscimento professionale. È quindi un esempio concreto che permette di riflettere su dinamiche più ampie che attraversano molti altri settori.

La cultura ha un ruolo importante proprio perché può rendere visibili queste dinamiche e creare nuovi spazi di confronto. Come sopra, Il primo passo per cambiare qualcosa è riconoscerlo.

Domenica 8 marzo: Lo spazio urbano come motore di cambiamento

L’urbanistica di genere mira a rendere la città più inclusiva. Esistono esempi in Veneto?

Sì, anche in Veneto si stanno sviluppando riflessioni e progetti in questa direzione, soprattutto legati alla sicurezza urbana, all’accessibilità degli spazi pubblici e alla mobilità. L’urbanistica di genere parte da un principio semplice: una città progettata tenendo conto delle esigenze delle donne diventa una città migliore per tutti. Significa pensare a illuminazione, trasporti, servizi, spazi di socialità e percorsi urbani in modo più inclusivo.

Come si può rinnovare la cultura per superare gli stereotipi di genere?

Attraverso l’educazione, il linguaggio e le rappresentazioni culturali. Film, libri, arte, scuola e media hanno un ruolo enorme nel costruire l’immaginario collettivo. Cambiare la cultura significa ampliare le narrazioni e mostrare più modelli possibili di identità, relazioni e ruoli sociali. Farlo sopratutto in contesti che non siano elitari ma aperti a tuttə ed inclusivi.

Le attività culturali accessibili possono essere un motore di cambiamento?

Sì, perché la cultura è uno spazio in cui le persone possono incontrarsi, confrontarsi e rivedere le proprie prospettive. Quando le attività sono aperte, inclusive e partecipate, diventano uno strumento potente di trasformazione sociale. Non solo per le donne, ma per tutta la comunità.

Allo stesso tempo la cultura, da sola, non basta: deve essere un punto di partenza. L’obiettivo è che la riflessione condivisa possa tradursi in azione concreta. Per questo la giornata di domenica prevede momenti di confronto con l’amministrazione cittadina: un’occasione per mettere a terra alcune delle riflessioni emerse durante il festival e provare a trasformarle, anche attraverso piccoli passi, in cambiamenti reali per la città.

L’ambizione di “Re:set” è quella di lasciare una traccia duratura e significativa: uno sguardo più attento sulle parole che scegliamo ogni giorno, una maggiore consapevolezza di noi stessi e la spinta a pretendere, e costruire, spazi e relazioni modellate sul rispetto di tutte e tutti, anche riflettendo sulle differenze di genere e sui fenomeni sociali che avvengono quotidianamente nel contesto culturale attuale.  La cultura, come ci ha ricordato Cristina Malavolta, è l’indispensabile motore di cambiamento  iniziale ed è compito della cittadinanza raccogliere l’invito e trasformare le riflessioni di queste tre giornate in una pratica quotidiana e concreta.

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