Il politicamente corretto come forma di fascismo

Nel dibattito pubblico sempre più misero e infimo, c’è un’aria pesante che ammorba i pensieri. È quella profumata, dolciastra, un po’ nauseante, del consenso obbligatorio. Una nebbiolina ideologica che si diffonde ovunque e ti avvolge con gentilezza, finché non ti accorgi che ti sta lentamente imbavagliando. La chiamano “politicamente corretto”, ma nella sua versione più radicale somiglia più a un galateo inquisitorio che a una forma di civiltà. Non è una crociata contro il rispetto, sia chiaro. Ma quando il rispetto diventa protocollo, e il protocollo diventa dottrina, e la dottrina diventa codice penale morale, qualcosa si è incrinato. Una parola sbagliata, una battuta male interpretata, un’ombra di ironia fuori contesto: e ti ritrovi in una tempesta perfetta di indignazione algoritmica. Nel migliore dei casi, ti correggono con tono didattico. Nel peggiore, ti cancellano. Non nel senso metaforico, ma letterale: il posto di lavoro, i contratti, la presenza pubblica, i follower, il curriculum. Perché oggi esiste una nuova moneta sociale: l’offesa. E chi la incassa, acquisisce il diritto automatico al rogo simbolico di chiunque l’abbia causata, anche per sbaglio, anche dodici anni fa, anche per una battuta venuta male dopo due birre.

Il punto è che il politicamente corretto, per come si è evoluto, non è più uno strumento di protezione delle minoranze. È diventato un rituale di esclusione, un’ideologia col filtro di bellezza, un modo elegante per ristabilire il controllo del discorso pubblico sotto le spoglie della virtù. E la prima vittima di tutto ciò è la libertà. Oggi si deve sottoporre ogni battuta a revisione preventiva, come se fosse un comunicato della Commissione europea. E se il risultato finale è grigio, innocuo, privo di nervo, pazienza: l’importante è che nessuno si senta minacciato. Ma siamo sicuri che questa sia davvero una società migliore? Una società in cui si misura la bontà delle idee non in base alla loro verità, ma alla loro capacità di evitare lo scontro? Dove il dissenso è considerato un atto di aggressione e la satira un’offesa personale? Una società che perdona tutto tranne il pensiero libero?

Il politicamente corretto, nella sua versione estrema, è la più raffinata forma di conformismo violento (e perciò proto fascista) dei nostri tempi. Una forma morbida, educata, perfino progressista di autoritarismo. Non ti impone di tacere: ti chiede solo, gentilmente, di dire le cose giuste. Sempre. Senza sbavature. Senza rischi. Ma la libertà vera è un’altra cosa. È imperfetta, è scomoda, è disordinata. E qualche volta fa ridere in modo sbagliato. Ed è proprio lì che andrebbe difesa.

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