C’è, nella storia della Chiesa, un’arte sottile e pericolosa: quella di scrutare il futuro come se si potesse leggerlo attraverso le pieghe della Provvidenza e i segnali del tempo. È un’arte che non appartiene ai mistici, né ai teologi più prudenti, ma che spesso esercitano, con curiosità e timore, i cronisti di cose ecclesiastiche. Eppure, come ricordava san Giovanni XXIII, “la Chiesa non è mai vecchia, anche quando ha duemila anni”: ciò che oggi pare inimmaginabile, domani può diventare inevitabile. E allora chiediamoci: e se il prossimo papa fosse vicentino? Sì, proprio lui: Pietro Parolin, cardinale, Segretario di Stato di Sua Santità, uno degli uomini più vicini al cuore pulsante del Vaticano. Ma non solo per l’ufficio che ricopre, quanto per la stoffa, il metodo, il pensiero. Per quella saggezza temperata che sa dire sì e no senza alzare la voce, e che assomiglia più a un cesello che a un martello.

Chi ha conosciuto don Pietro (così continua a farsi chiamare, anche adesso che veste il porpora) sa che è rimasto quello di sempre: figlio della provincia veneta operosa, umile, devota. Nato a Schiavon, nel cuore del Vicentino rurale, dove il profumo del fieno e il suono dell’Ave Maria scandiscono ancora le giornate, Parolin ha portato a Roma un’educazione antica: il senso del dovere, il valore del silenzio, la centralità della famiglia. Fu ordinato sacerdote nel 1980, e si formò alla scuola della diplomazia vaticana con una pazienza che oggi pare d’altri tempi. Parolin non è mai stato un uomo di palcoscenico, ma di corridoi silenziosi, di dossier letti di notte, di lunghi dialoghi a porte chiuse. Ha servito la Chiesa in Nigeria, in Messico, in Venezuela: esperienze che lo hanno temprato, insegnandogli che evangelizzare non significa colonizzare, ma incarnare il Vangelo nelle culture, senza svilirle né idolatrarle.

Quando, nel 2013, papa Francesco lo volle al vertice della Segreteria di Stato, molti storsero il naso. Sembrava troppo discreto, troppo misurato per gestire una Curia sempre più agitata. E invece, a distanza di oltre dieci anni, Parolin si è rivelato il più francescano tra i collaboratori del Papa: silenzioso, fedele, instancabile. È un gesuita mancato, si direbbe, ma con l’anima da benedettino. La sua forza è nella calma. La sua fede non si agita, ma si approfondisce. Parolin non si è mai lanciato in proclami mediatici, non ha ceduto alla tentazione dei microfoni né delle polemiche. Parla poco, ma quando parla, pesa le parole come un orafo pesa l’oro. Ha gestito, con equilibrio e discrezione, le relazioni con la Cina, cercando una via di presenza per la Chiesa in un mondo ostile. Ha accompagnato, senza mai oscurare, le scelte spesso divisive di papa Francesco, tenendo insieme diplomazia e dottrina, pastorale e profezia. E, sopra tutto, ha custodito l’unità ecclesiale come un bene supremo: mai una parola fuori posto, mai un gesto contro. È un uomo del “sì” e del “perché no?”, piuttosto che del “mai” o del “sempre”.

Siamo nel 2025, in un mondo che vacilla: la guerra è tornata a bussare alle porte d’Europa, i cattolici sono spesso più impegnati a dividersi tra loro che a evangelizzare il mondo. La secolarizzazione avanza non più come uno tsunami, ma come una corrosione lenta e inesorabile. In questo contesto, un papa come Parolin potrebbe rappresentare il pontificato della ricucitura. Non l’uomo della rivoluzione, ma della continuità. Non il profeta disarmante, ma il pastore silenzioso che sa ascoltare. Non l’innovatore spettacolare, ma il custode dell’essenziale. Un pontefice vicentino, dunque, figlio di una terra sobria, cattolica nella carne e nello spirito. Una terra che ha dato alla Chiesa santi minori e religiosi fedelissimi, senza cercare mai i riflettori. Forse è il tempo che uno di quei figli salga sul trono di Pietro. Come insegnano duemila anni di storia ecclesiale, i papi non si scelgono in base ai pronostici. La fumata bianca è sempre il risultato visibile di un mistero invisibile. Ma è lecito domandarsi che, in un’ora così fragile della Chiesa e del mondo, il Signore possa affidare le chiavi del Regno a chi sa più custodire che innovare, più unire che sorprendere. Se ciò accadesse, aspettatevi una Chiesa più attenta al cuore che alle cronache, più desiderosa di parlare all’anima che ai social. Una Chiesa che torna a respirare con entrambe le sue polmoni: la dottrina e la carità. Una Chiesa guidata magari da un vicentino, di Schiavon.











