Quanto mondo passa per il Kali?

Oggi incontriamo un istruttore di Kali, una particolare arte marziale che attrae soprattutto gli appassionati ma che probabilmente avrebbe tutte le caratteristiche per essere molto più diffusa. Silvio Bazzara è una persona con molta vita alle spalle e con una grande capacità di relazionarsi e di cogliere gli aspetti positivi nelle situazioni, non gli si può negare una simpatia innata che lo discosta non poco dallo stereotipo dell’artista marziale.

Chi è Silvio Bazzara? Ci racconti un po’ il tuo percorso umano e di artista marziale?

Silvio Bazzara inizia il suo percorso umano in una famiglia triestina dalle radici sottili che si estendono lontano, dall’Inghilterra al Medio Oriente, in cui si parlano più lingue e i cugini hanno diverse religioni e magari qualche anno lo hanno passato all’estero, ma quando si è a tavola assieme si riesce a sublimare questa cosa come una normalità cui nessuno fa caso fin quando non cambi ambiente. Ho fatto studi classici per migliorare l’italiano ed in seguito lingue orientali a Venezia. Le arti marziali le ho accostate per motivi che non avrebbero senso, visti da così lontano. Ho iniziato a praticare judo nella palestra di un piccolo paese vicino a Trieste dove vivevo all’epoca, per curiosità e seguendo una mia compagna di classe delle medie. Poi, dopo due anni di scuole superiori, sono passato al kung fu in città a Trieste, sotto la guida del Maestro Goriup. Siccome all’epoca le occasioni per fare gare e formazione erano molto più ridotte rispetto ad ora, ho coltivato anche un po’ di karate. La palestra che frequentavo, la Fiamma Kung Fu di Trieste, l’avevo scelta grazie al consiglio di un mio ex compagno di classe, che ora è il Direttore Tecnico della società sportiva di cui sono presidente. Sono passati circa trentacinque anni da allora. Quando nel 1990 mi sono spostato a studiare a Venezia, su consiglio del mio maestro, ho fondato il primo nucleo di una scuola satellite di quella da cui provenivo, mentre il mio amico, Massimiliano Privato, ne apriva a sua volta un’altra nel paese dove vivevamo all’epoca. E’ stato sempre grazie a questo mio amico, alla fine degli anni ’90, che ho conosciuto il kali. Tramite il team di istruttori dell’AKEA di Milano, con cui lui aveva contatti, abbiamo perseguito l’obiettivo comune di divulgare il kali filippino in Friuli e creare un nuovo team di istruttori. Per me il kali è una parte molto importante del mio percorso marziale. È un’arte molto stimolante e per certi versi rivoluzionaria.

Cos’è il Kali? E dove nasce?

Il Kali o Arnis, Escrima, dipende un po’ da chi cerca di utilizzare parole filippine più o meno autoctone, è l’arte marziale nazionale filippina. Personalmente, preferisco il termine Arnis comunque. Brevemente, si sviluppa nell’arcipelago filippino partendo da un background tipicamente autoctono ed inserendo apporti tecnici, soprattutto nella parte legata all’uso delle armi da taglio medio-lunghe e del lavoro con due strumenti (l’esempio classico è quello della spada y daga) della scherma europea mediterranea e da altri sistemi di combattimento asiatici. Non dimentichiamo che le Filippine sono state possedimento spagnolo fino a fine ‘800 e che si chiamano così proprio in onore di Re Filippo di Spagna.

Come si finisce a praticare il Kali? Cosa te l’ha fatta preferire alle altre?

Qui in Italia il Kali bisogna ancora andarselo a cercare perché è’ poco diffuso ed ancor meno conosciuto. Motivo per cui nelle palestre dove lo si pratica ci si trovano spesso praticanti di altre discipline in cerca di nuovi stimoli, più che principianti assoluti. Ma questo non è un difetto, anzi. Il kali è un’arte marziale capace di coinvolgere il praticante perché se ne percepisce fin da subito l’efficacia, il valore tecnico e soprattutto l’aderenza a dei principi tattici e tecnici legati al combattimento reale. Non è una disciplina “gelosa”, nel senso che lascia il praticante libero di accostare il Kali ad altre discipline e questa è una grande dote.

Perché praticare una disciplina così lontana storicamente e geograficamente?

Non la sento così distante, anzi. E’ una disciplina attuale, nel senso che le varie scuole di Kali (neppure il kali è esente dalla frammentazione, complice anche l’aspetto geografico delle Filippine) sono ancora in evoluzione e l’aggiornamento è insito nella disciplina. Geograficamente, la ritengo un’occasione per vedere come si è evoluto un “ramo cadetto” della scherma europea in un contesto così particolare. Per un veneto scoprire termini come “cinco tiros” per definire le cinque angolazioni base degli assalti, abanico per ventaglio, “corta o longa mano” per definire la distanza delle tecniche a mano armata, è come scoprire un parente che se n’è andato all’estero e torna con l’accento cambiato. Alcune tecniche base del combattimento armato sono praticamente le stesse riportate (in un veneto medioevale) nel Flos Duellatorum di Fiore de’ Liberi di Premariacco.

Le passioni cambiano la vita delle persone e il loro modo di pensare. A te cosa ha dato praticare arti marziali e in particolare il Kali

Le arti marziali sono strutturate per far emergere alcuni lati del carattere e della personalità delle persone. Io personalmente ho trovato molta apertura nell’accettare la persona, al di là delle capacità tecniche o atletiche iniziali, oltre alla capacità di sviluppare attitudine al rispetto, alla gerarchia, al darsi valore e al dare valore al prossimo. L’arte marziale usa, tramite il maestro e la scuola che frequenti, uno scalpello che incide in profondità l’uomo. Il kali lo trovo uno scalpello che regala movimento e brio alla pietra.

Quali sono le caratteristiche che la differenziano dalle altre arti marziali?

Alcune caratteristiche risaltano subito. Per esempio si inizia fin da subito il maneggio con le armi, per poi trasferire alcuni principi motori alle mani nude, mentre nella quasi totalità delle arti marziali il processo è l’opposto. Si esalta fin da subito la bilateralità, non si nascondono le influenze esterne ed esiste una forma sportiva di combattimento con i bastoni (una cosa simile alla scherma, ma con protezioni più importanti ed armi rigide) che non è poi così distante dal lavoro tradizionale.

Quanto nello studio del Kali è tradizione e quanto è evoluzione?

E’ fuorviante mettere i due termini in contrapposizione. Il Kali ha una sua tradizione, che mantiene, capace di accettare modifiche tecniche, se migliorano l’efficacia. Da questo punto di vista, il Kali è molto meno rigido di altre discipline. Ha la fortuna di riuscire a rimanere fedele a se stessa anche inserendo tecniche dalla scherma, dal silat indonesiano, dal kung fu,…l’importante è che i maestri siano abili e sinceri nel definire gli apporti.

Chi può praticare Kali? È fisicamente impegnativo? Esiste anche una pratica sportiva del Kali?

Chiunque, non vedo preclusioni. Io l’ho portato anche alle scuole superiori e proposto a ragazzi disabili. E’ stato un successo. Anche perché può essere praticato modulando il carico di lavoro dal punto di vista fisico, anche se è prevista una preparazione atletica. Ma distinguiamo più livelli: l’amatore che dedica un paio d’ore alla settimana ad una pratica ha già il suo bel lavoro dal punto di vista tecnico, chi è un agonista e si prepara a gare ad alto livello deve allenare velocità, tattica, fiato, ritmo,…un po’ come chi balla o suona.

A chi ritiene che praticare arti marziali sia da fanatici cosa rispondi? Cosa pensi della violenza insita negli sport da combattimento?

Dico che è vero. Nel senso che le arti marziali sono affascinanti e coinvolgenti al punto di rischiare di esserne monopolizzati. Come ogni arte d’altronde. Per quello è importante coltivare più passioni e restare attivi nel mondo reale e non estraniarsene. Questo ruolo di “advisor” è molto importante, soprattutto nei confronti dei giovani. Negli sport da combattimento, la violenza che vediamo, è quasi sempre controllata, accettata e consapevole. Gli alti livelli come quelli professionistici sono inaffrontabili per la maggior parte delle persone, ma l’energia offerta nelle tecniche è allineata alla preparazione psicologica e fisica degli atleti. Il confronto fisico che appare agli spettatori è catartico, muove emozioni, ma non dobbiamo confondere la forza di un gesto tecnico con la rabbia o la mancanza di controllo. Per chi è sul ring, ogni combinazione di colpi o di tecniche è un duello su più piani che lo spettatore non percepisce se non nella sua esternazione più semplice e grezza. E’ un rapporto profondo, intenso, con un suo rituale. Per quei pochi minuti ti dedichi totalmente con tutto te stesso a risolvere una situazione in cui l’altro è protagonista , o quanto meno ci prova. Personalmente, trovo molto più violenta la natura di un fallo di reazione tra calciatori, frutto solo di rabbia o, peggio ancora, volontà di danneggiare.

Cosa pensi di discipline come l’MMA che almeno mediaticamente sono molto seguite?

Come ho già detto ad alto livello ci sono signori atleti. Mi riesce più difficile accettare la parte di “costruzione dei personaggi”, che purtroppo toglie e non aggiunge.

Quanto il Kali può essere utile nella difesa personale?

Secondo me molto. Non è stata ancora snaturata da una connotazione sportiva o rituale e quindi risulta molto applicabile. Infatti, in quasi tutti i reparti che si occupano di combattimento all’arma bianca o di ordine pubblico, si insegnano principi di kali. Trovo che sia tra le discipline più accettabili, perché realisticamente parte dal principio di cercale strumenti equalizzatori appena possibile, insegna principi motori applicabili anche senza grande forza e non si affida a gesti particolarmente atletici.

Le arti marziali non sono uno sport di squadra, che tipo di rapporti si instaura in una palestra di arti marziali?

Non è vero che non esiste il concetto di squadra. Il combattimento è una disciplina per il singolo praticante. Sul quadrato sei da solo e da solo devi uscire, possibilmente in piedi. Per te stesso combatti e su te stesso incidi per migliorarti tecniche e spirito. Ma la scuola, il gruppo, è essenziale. Perché ti rende parte di un progetto, di cui sei uno splendido particolare pieno di significato. Nelle scuole sane di arti marziali i praticanti hanno una solidarietà fortissima tra loro. Ed è anche una questione di ruoli: una scuola resta forte nella misura in cui riesce a far crescere e progredire le persone verso l’alto e tutti devono fare la loro parte, anche dal punto di vista sportivo. Vi immaginate un match con gli angoli del ring vuoti? Chi combatte sa quanto sia importante il ruolo del coach.

Il Kali è più una disciplina per adulti o si dovrebbe cominciare a praticare fin da bambini?

E’ per tutti. Basta saperla spiegare “a misura di…”. Come il kung fu o la scherma.

Quando si finisce di praticare un’arte marziale? E Silvio quando finirà?

Questo è il lato bello, dipende dalle persone, chi lo sa? Se uno è bravo, magari riesce ad innovare e a far evolvere, oltre che a trasmettere e salvaguardare un patrimonio. Io ho già fatto alcuni calcoli ed ho visto che, solo per imparare quello che non so di kali, silat (un’arte marziale indonesiana), hung gar e lam kiun pak toy (due stili del sud di kung fu), cose che già pratico, arriverò intorno ai 70 anni. Poi, se avanza tempo, magari verrà qualcosa.

Tel 3351411160 mail silviobazzara@gmail.com oppure segreteria@tigerclub.com

facebook @tigerclubSSD @Nautilus.Marano

Instructor 2° level Hung Gar (LYFCMA Italy Branch)
Istruttore Hung Gar Tao (Scuola Nazionale A. M. Dario Ambra)
Istruttore di Antiaggressione Femminile livello avanzato (AKEA/BONO ACADEMY)
Instructor 1° level Arnis-Kali-Escrima
Ufficiale di gara 3a cat. (FIWUK)
Istruttore Cintura Nera 3° Duan Wushu / Kung Fu / Sanda (FIWUK)

Istruttore di Silat Indonesiano

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