In mezzo ai trionfi dei nostri atleti, e tra manifestazioni di protesta che vengono sempre dalla stessa parte, diventa atto di obbligatoria oggettività chiedersi cosa rimarrà, una volta spenta la fiamma e finiti i giochi, del Veneto che ha voluto farsi olimpico. Non il ricordo delle medaglie, ma il cemento, i soldi, gli alberi tagliati, le strade nuove, i debiti. Il lascito, per non dire “il conto”. Partiamo dal lato buono, quello che nessuno nega. Le varianti di Tai e Valle di Cadore sulla SS51, la variante di Longarone, il raddoppio del ponte Corona a Cortina: opere attese da quarant’anni, finalmente cantierate grazie al cappello olimpico. Centinaia di milioni (solo le due varianti Anas sono costate 185) che hanno messo in sicurezza tratti infernali, ridotto i tempi di percorrenza, dato respiro a una viabilità montana asfittica. Per i bellunesi che ogni inverno rischiano la vita su quella statale, non è propaganda: è realtà.
Anche la ristrutturazione dello Stadio del Ghiaccio, il restyling del trampolino, il Medal Plaza: interventi che, pur con i loro rincari (1,7 milioni in più per trampolino e braciere, 1,8 per lo stadio), lasciano impianti dignitosi. Il turismo dolomitico, che già vale miliardi, avrà una cassa di risonanza planetaria. L’impatto economico stimato (6,1 miliardi complessivi tra diretta, indotto e legacy) è il moltiplicatore che università serie come Bocconi e Ca’ Foscari hanno quantificato. In questo senso le Olimpiadi hanno funzionato da acceleratore di opere pubbliche che altrimenti sarebbero rimaste nei cassetti per altri decenni. C’è però poi un lato amaro che non si può nascondere
Il simbolo perfetto del pasticcio è il Cortina Sliding Centre, la nuova pista da bob, skeleton e slittino. Costo iniziale previsto 50-60 milioni, costo finale certificato oltre 120 (qualcuno dice 128). Abbattuti 500-600 larici secolari nel bosco di Ronco, in un’area protetta. Manutenzione annua stimata tra 1,5 e 2 milioni. Una struttura che l’Italia ha voluto a tutti i costi nonostante l’Agenda 2020 del CIO suggerisse di usare piste già esistenti (Innsbruck, per esempio) e nonostante il vecchio Eugenio Monti del ’56 fosse stato chiuso proprio perché insostenibile.
Risultato: un impianto moderno, accessibile, tecnicamente avanzato, che però rischia di diventare l’ennesimo elefante bianco alpino. Chi lo userà dopo il 2026? Quanti giovani ampezzani potranno permettersi di scendere con il taxi-bob? E chi pagherà il ghiaccio artificiale quando la bolletta energetica sarà salata? Il Villaggio Olimpico di Fiames (39 milioni) è temporaneo per definizione: prefabbricati da smontare. Bene. Ma il segnale è lo stesso: si spende per un evento, si smonta, si lascia il prato. Legacy ridotta a parcheggio e qualche container riciclato. E poi i numeri generali, che riguardano anche il Veneto: dei 3,54 miliardi di opere Simico, solo il 13% è strettamente “olimpico”. L’87% è legacy, cioè strade, ferrovie, varianti. Per ogni euro speso per far gareggiare gli atleti, ne sono stati spesi 6,6 per opere che forse sarebbero state fatte comunque, ma che ora portano la firma “Olimpiadi”. Rincari totali veneti: 75 milioni in più solo sulle opere bellunesi. Percentuale più alta della media nazionale. Non è uno scandalo, è fisiologia dei grandi eventi pubblici italiani: quando c’è fretta e commissariamento, i costi lievitano.
Il Veneto olimpico lascia strade più sicure e un’immagine globale rafforzata. Lascia anche un buco di cemento e asfalto in un paesaggio Unesco, centinaia di larici che non torneranno mai uguali, e un conto che i contribuenti pagheranno per decenni. Lascia impianti che qualcuno userà e altri che probabilmente no. Lascia la solita lezione: i grandi eventi accelerano, ma non miracolano. Costano sempre più del previsto, impattano sempre più del dichiarato, e la “sostenibilità” resta una parola bellissima stampata sui dépliant. Cosa resterà, allora? Resteranno le varianti che faranno arrivare i turisti un po’ più in fretta e i soccorsi un po’ più sicuri. Resteranno le polemiche, i ricorsi, i report di Libera e Legambiente. Resterà, soprattutto, la montagna: più accessibile ma anche più segnata. E resterà, ai veneti che vivono qui tutto l’anno, la consapevolezza amara e realistica che le Olimpiadi non trasformano i territori: li fotografano. Mostrano cosa siamo disposti a pagare, in denaro e in paesaggio, per un mese di luce riflessa. Poi la luce si spegne, e tocca a noi convivere con ciò che abbiamo voluto. O con ciò che ci siamo lasciati imporre.

I Colli Berici verso il riconoscimento MAB UNESCO
Un passo fondamentale per il futuro, la tutela e la valorizzazione del territorio vicentino. Oggi, mercoledì 4 marzo, alle 20.45, l’Odeo del









