Marco Zorzanello: fotografare il mondo che cambia

Estate 2021, quella dell’Italia che vince gli europei. Siamo ormai agli ottavi di finale. Marco Zorzanello mi dà appuntamento alle 18 e io gli dico che è un orario perfetto, così abbiamo tempo prima che poi io vada a vedere la partita. Lui mi fa “ah, ma c’è la partita?”. Mi perdonerai caro Marco se dico a tutti che non hai seguito nemmeno un calcio d’angolo di questi benedetti campionati, ma i nostri lettori ti scuseranno, presumo, per due motivi non banali: intanto che tu non ne abbia vista manco una ha dimostrato coerenza e hai pure portato bene, e poi mi dai l’assist (ecco il calcio che torna) per raccontarti come artista e uomo un po’ fuori dal mondo. Già perché Marco Zorzanello il suo mondo se l’è trovato quasi senza cercarselo, e poi non solo ci è rimasto ma ne ha fatto una sua particolarissima matrice esistenziale. Sono le 18 passate da poco, ci ordiniamo due birre ghiacciate.

Qual’è stata la prima volta che hai fatto una foto consapevole di fare un gesto artistico?

“Ah beh a quello devo ancora arrivarci” ride. Marco è un istinto naturale, la sua storia è paradigma di come si possa arrivare molto lontano partendo anche dalla provincia, di come il talento e qualche sliding door giusta ti possano portare dove mai ti immagineresti. “Ho fatto per diverso tempo l’archeologo” esordisce, e io strabuzzo gli occhi, allora lui, per spiegarmi, mi confonde anche di più. “In realtà mi sono diplomato al Fusinieri, ma non volevo fare il ragioniere, quindi mi son chiesto cosa fare e visto che non trovavo risposta mi sono affidato alla passione: mi sono iscritto a lettere con indirizzo archeologico. Ho lavorato quattro anni come archeologo dal 2005 al 2009, mi ero dato una regola: lavoravo 6 mesi e poi gli altri 6 li passavo in giro per il mondo. Il viaggio dei viaggi è stato quello da Vicenza a Katmandu usando solo mezzi pubblici. Tutto mi appariva magico, scorrevo paesaggi, persone e storie. Era impossibile rimanere indifferenti e la voglia di raccontare quel che provavo cresceva man mano a dismisura.

Quindi è lì che ti sei messo a fotografare? 

“Non proprio subito. L’idea era di tenere un diario dei miei viaggi ma le emozioni, soprattutto di quel famoso viaggio, erano così dense e numerose che mi son dovuto scontrare con la triste realtà di essere un cane a scrivere e quindi ho rimediato con la vecchia camera fotografica di mia sorella, una roba da freakettoni”.

Zorzanello pare evitare di prendersi sul serio ma in realtà è puramente sincero. Esiste una gran differenza tra cercare e trovare e la sua storia ne è fervida metafora. Come se la spinta all’espressione esistesse in sé e aspettasse solo il momento e il mezzo per uscire e manifestarsi. Fotografo per caso, si potrebbe dire, osservatore del mondo per natura, quello sicuramente. Nel 2008 scoppia la crisi economica che investe anche il mondo dell’archeologia, strettamente legato alle dinamiche che regolano l’edilizia. A quel punto Marco decide di dedicarsi unicamente alla fotografia. Ma quello che gli serve è una storia, o più storie. Ci sono fotografi che osservano tutto come attraverso una lente, ce ne sono altri, come Marco, che hanno bisogno di una trama, di una narrazione, di un impatto sociale, perché fare foto per Zorzanello è innanzitutto documentare. “Erano gli anni in cui in città si parlava della faccenda ‘Dal Molin si’ o ‘Dal Molin no’ e la mia posizione era netta. Mi pareva una storia che valesse la pena di essere raccontata. Ormai passato al digitale, iniziai a partecipare alle manifestazioni, ai cortei, alle riunioni. Mi accorsi quasi per caso – attenzione, la serendipità è protagonista assoluta nella carriera di Zorzanello – che vi era un’organizzazione perfetta e altamente professionale al presidio e soprattutto un ufficio stampa da paura, altro che comunisti allo sbaraglio!”

E così senza neanche far la solita trafila delle porte da bussare arriva dritto con le sue foto sulle pagine di Repubblica, Corriere, Stampa eccetera… semplicemente perché è IL fotografo di tutto quel che capita attorno alla questione caserma e proteste, e poi perché le foto sono eccellenti. Per un 19enne era oro.

“A quel punto mi son detto: forse posso davvero farlo come lavoro”.

Già perché i giornali importanti, quelle foto, le pagano e il freak che viaggiava per il mondo si ritrova d’un tratto fotoreporter free lance di caratura nazionale. Ma c’è bisogno di un’altra storia, una più grande, una  che sia potente e universale. Ed è allora che nel conflitto Israelo/Palestinese Marco individua la meta: parte per la Palestina.

“Arrivato là mi accorgo che non ero certo l’unico con la macchina fotografica al collo che ci arrivava per fare lo scoop del secolo, credendosi un novello Robert Capa. Trovo ragazzi che venivano un po’ da tutto il mondo, qualcuno anche già affermato e molti altri semplici wannabe premio pulitzer”.

Ma Marco è un predestinato e di nuovo gli accade di imboccare la strada giusta. C’entra la fortuna ma fino ad un certo punto, di più c’entrano il coraggio, il fiuto e l’essere nel posto giusto al momento giusto.

“Un giorno vengo a sapere che c’è un giornalista del Corriere della Sera che deve andare a visitare una scuola ONG di Brescia presente sul posto e mi ci fiondo, senza in realtà sapere nemmeno bene il perché. Lo incontro e fatalità vien fuori che il tizio non ha con sé, come capita abitualmente agli inviati, un fotografo e così le foto gliele faccio io. Già che son qui… Il Corriere pubblica articolo e foto. In sostanza la carriera vera inizia lì”.

La Palestina comunque non lo lascia con soli allori, visto che “per settimane e settimane facevo avanti e indietro da Betlemme a Nazareth; tornai a casa  senza avere pubblicato un reportage sul conflitto ma essendomi pagato le spese con servizi su chiese”.

Il lavoro che identificherà la sua cifra stilistica e la sua ricerca anche antropologica (qui forse gli anni di archeologia qualcosa valgono) arriva comunque dopo, con il tema per cui Marco Zorzanello adesso è uno dei fotografi più richiesti a livello mondiale.

“Torno dalla Palestina e qui mi accorgo che le cose non vanno propriamente a gonfie vele. Sono da sempre appassionato di montagna. Mi riempie di energia quell’aria, quegli spazi, quell’elevarsi non solo fisicamente dalla cappa che occlude le città. Ed è stato andando in montagna che ho avuto l’intuizione che ora è alla base del mio lavoro. Mi sono accorto che le stagioni non erano in sostanza più come prima. Nevicava meno, tanto per dirne una. Il clima stava drasticamente cambiando e lassù te ne accorgi di più. Ho poi sviluppato questo concetto in Medio Oriente, nell’Artico e nell’Oceano Indiano e spero di farne un libro”.

Con questo lavoro sul clima Marco ha vinto due premi internazionali ed è stato finalista nel prestigiosissimo World Press Photo; ora collabora stabilmente con National Geographic.

E tutto questo partendo da Vicenza, quindi si può sfondare anche rimanendo qui?

“Guarda, io amo Vicenza, mi sento fortunatissimo ad essere nato qui e spesso non ci si rende conto di dove siamo e cosa abbiamo attorno e quanto l’arte che ci circonda sia una molla per crearne dell’altra di arte.  

Mai pensato di andartene?

“E come no? Per un po’ di tempo era un’idea fissa lasciare Vicenza, ma dopo anni in giro per il mondo mi mancavano gli amici e la dimensione medio piccola di Vicenza che puoi girare come ti pare e in cui, diciamocelo, c’è una gran qualità del vivere, soprattutto se vuoi stare tranquillo”.

Come vedi la cultura a Vicenza?

“Improvvisata da un punto di vista politico ma tanto tanto frizzante dal basso. Però per uscir fuori si deve avere la testardaggine che ho avuto io, oppure prendi e te ne vai. Il guaio è che la città non offre un contesto culturale accogliente perché tutto è troppo legato solo ai singoli anche se è così un po’ in tutta Italia. A Vicenza manca uno spazio fisico. Manca un luogo in cui sperimentare. Dovessi chiedere qualcosa all’assessore di turno sarebbe di collegare il mondo di fuori col mondo di dentro dell’arte. Un luogo fisico. Che ne so, una scuola o un centro multifunzionale. Sarebbe bella anche l’idea di fare un festival della fotografia. Il fatto è che io andando a festival in giro per l’Europa incontravo editori di Times, Figaro, Le Monde: così un feedback ti arriva, sei a contatto col mondo e trovi anche lavoro. Un festival queste cose te le porta. Anche a Vicenza”.

Ordiniamo un’altra birra e la finiamo col tasto dolente.

Fanno tutti foto adesso. Cosa ne pensi di Instragram?

“Senti, io di mio li odio i social ma sono costretto ad usarli per lavoro ed è indubitabile che il mondo sia lì, se il tuo lavoro è comunicare non puoi negarti, è da ipocriti. In ogni caso i grandi fotografi ci sono anche su Instagram. C’è molto talento. Rimane sempre il fatto che ad un certo punto capisci che serve uno studio, ma va benissimo partire anche col telefonino. Elliot Erwitt dice che tutti sappiamo scrivere ma quanti di noi sono poeti?”

E se lo dice uno dei più grandi fotografi degli ultimi 100 anni non si può che dargli ragione.

www.marcozorzanello.com

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