Fino al 25 aprile in & Art Galley (contrà frasche del gambero 17, Vicenza) rimarrà aperta una delle mostre più interessanti che la città abbia offerto negli ultimi tempi. Si chiama “Sinfonie Domestiche” dell’artista Giovanni Pinosio. La sua pratica artistica ruota attorno all’uso del flo di ferro, materiale che viene trasformato in una linea tridimensionale capace di attraversare disegno, scultura e spazio. Da questa intuizione nasce un linguaggio personale in cui forme, anatomie e oggetti aforano da strutture essenziali e sospese, più evocative che descrittive. Il lavoro di Pinosio è stato presentato in diverse gallerie d’arte e si sviluppa anche attraverso collaborazioni con architetti e designer per progetti e opere su commissione. Parallelamente conduce attività didattiche e laboratori legati alla pratica del filo di ferro. Nel suo lavoro il flo di ferro diventa materia poetica: non più elemento funzionale o costruttivo, ma linea libera che disegna storie, corpi e luoghi, in un continuo dialogo tra pieni e vuoti.

Sinfonie Domestiche è un progetto installativo che trasforma l’ambiente espositivo nel disegno essenziale di un appartamento. L’artista entra nello spazio come un architetto dell’invisibile. Non costruisce, traccia. Non riempie, suggerisce. Con il flo di ferro disegna linee leggere e vibranti: profili di mobili, piani di lavoro, superfici, oggetti quotidiani. Ogni elemento è ridotto all’essenziale, come uno schizzo nell’aria, un appunto sospeso tra presenza e assenza. La cucina, il salotto, la camera da letto, il bagno, perfino lo sgabuzzino: gli spazi del vivere si ricompongono in una dimensione eterea, fragile e al tempo stesso precisa. Il flio diventa segno, il segno diventa spazio. Come in una partitura musicale, le linee si intrecciano generando ritmo, pause, armonie. Ogni ambiente è una sezione orchestrale: la cucina vibra di suoni metallici e gesti ripetuti, il soggiorno distende pause più ampie, la camera raccoglie tonalità intime e silenziose. Le stanze non sono chiuse, ma attraversabili dallo sguardo e dal corpo; non contengono oggetti, ma evocano azioni, memorie, abitudini. È un appartamento che non pesa, che non delimita, che non trattiene — un’architettura fatta di aria e tensione. Nel dialogo tra linea e luce, le strutture disegnate proiettano ombre mutevoli sulle pareti, moltiplicando le presenze e generando una seconda scrittura, effimera e instabile. Le ombre si intrecciano come controcanti, amplificando la composizione spaziale. Ciò che è tracciato diventa doppio, ciò che è leggero acquista profondità. L’intimità si fa teatro silenzioso: il quotidiano si carica di una dimensione onirica, quasi straniante. Il vuoto della galleria — inizialmente neutro, sospeso — si rivela così spazio accogliente. Non più contenitore di opere, ma luogo da abitare mentalmente. Sinfonie Domestiche invita il visitatore a diventare parte della partitura: camminando tra le linee, attraversando i “vuoti”, è il corpo stesso a completare l’opera, a darle tempo e ritmo. Ogni passo è una nota, ogni sosta una pausa. La casa, qui, non è rifugio materiale ma spazio interiore. È memoria condivisa, archetipo, eco di gesti universali. In questa architettura rarefatta il sogno incontra la quotidianità, e l’assenza si rivela forma di pienezza. Un appartamento sospeso, leggero, che esiste nel punto esatto in cui la materia si fa linea, la linea si fa suono, e il suono si trasforma in memoria.










