Vicenza, da settant’anni a questa parte, convive con l’ombra lunga della Caserma Ederle, e dal 2013 con l’altra Caserma, il Dal Din che tanto clamore fece col famoso “caso Dal Molin”. Vicenza è quindi una città americana, ma non per mera geografia militare: per un intreccio di destini che va oltre i blindati e i fast food, verso un dialogo culturale che, in tempi di barbarie transatlantiche, assume il sapore di una resistenza civile. E proprio ora, nel 2026, con Donald Trump tornato al timone della Casa Bianca, il festival Italia-America Friendship andato in scena l’anno scorso, dal 12 al 14 settembre 2025, si rivela non solo opportuno, ma necessario, urgente, quasi salvifico. Fu una prima edizione già ambiziosa, orchestrata dal Comune di Vicenza sotto la direzione artistica di Jacopo Bulgarini D’Elci, con il patrocinio di chi sa valorizzare i legami oltreoceano. Appuntamenti – incontri, lezioni, performance, concerti, degustazioni, masterclass sportive – tutti tesi a esplorare i fili invisibili che legano l’Italia agli Stati Uniti. Economia, cultura, architettura, arte, enogastronomia: un ponte ideale tra il genio di Andrea Palladio e l’energia yankee, tra la comunità americana di 13mila anime stanziata qui e la tradizione veneta. Non mancò il dissenso, ovvio: proteste contro le basi militari, echi di un pacifismo che vede in Ederle non un alleato, ma un occupante. Eppure, il festival seppe elevarsi oltre la polemica, celebrando lo scambio tra popoli, il meticciato culturale che ha dato vita all’italo-americano, quel melting pot di sogni e ambizioni. Ma ecco il punto: oggi, con Trump che imperversa, quel festival non è più un vezzo culturale, un capriccio di gemellaggio. È un baluardo. Trump sta disintegrando l’idea stessa di democrazia americana – quella ideale, almeno, quella che i Padri Fondatori scrissero nella Dichiarazione d’Indipendenza e nella Costituzione. “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.” Parole sacre. L’America di Trump è invece un’arena gladiatoria dove il diritto è piegato al capriccio, la verità è fake news, e la democrazia è un reality show con audience record. Elezioni truccate? Insurrezioni tollerate? Alleanze con autocrati? Tutto fa brodo nel suo gangsterismo imperialista, un misto di isolazionismo muscolare e nazionalismo da baraccone. Proprio per questo, Vicenza deve rilanciare. Il festival, nato per festeggiare l’amicizia, deve ora trasformarsi in un atto di memoria e di resistenza. Ricordare la “giusta” America: quella di Jefferson e Madison, di Lincoln e Roosevelt, di Martin Luther King e della Corte Suprema che, nei suoi momenti migliori, ha difeso la libertà contro l’arbitrio. Cultura, non propaganda; libertà, non censura; opportunità, non muri; democrazia, non plebisciti; ricerca della felicità, non accumulo di rancore. Questi ideali, oggi profanati dalla follia trumpiana vanno gridati dai tetti delle ville palladiane. Vicenza, con la sua storia di resistenza partigiana e di apertura al mondo, può e deve essere portavoce di quell’America che non si arrende al bullo di Mar-a-Lago. Non cediamo alla tentazione del cinismo. In un’epoca in cui l’Occidente vacilla sotto i colpi di demagoghi e algoritmi, un festival come questo è un antidoto. Non un inno alle basi militari – che pure hanno il loro ruolo, tra luci e ombre – ma un omaggio allo spirito americano autentico, quello che ha ispirato la nostra stessa Repubblica. Vicenza città americana ora più che mai: non per asservimento, ma per riscatto. Che il prossimo festival, se ve ne sarà uno, alzi la voce contro il trumpismo e per la vera stella polare della civiltà atlantica. Altrimenti, che amicizia è?

Attività di presidio, osservazione e informazione: firmata la nuova convenzione con i carabinieri in congedo
Il Comune di Vicenza ha sottoscritto una nuova convenzione con i carabinieri in congedo per attività di presidio, osservazione e








