Italiani senza cittadinanza: il ritratto corale di Victoria Karam

Victoria Karam, nata a Salerno da genitori brasiliani, cresciuta in questa terra che l’ha fatta sua molto prima che lo Stato si decidesse a riconoscerla, vicentina d’adozione, ha avuto l’ardire di mettere insieme quindici volti, quindici storie, quindici vite che parlano italiano, pensano italiano, soffrono e ridono in italiano, ma che l’Italia, nella sua legge ottusa e ferma al paleolitico del 1992, ancora si ostina a chiamare “straniere”. Il libro si intitola Volti italiani. 15 storie che ci spiegano perché serve una legge sulla cittadinanza (Castelvecchi), e non è un saggio di sociologia buonista, né un pamphlet di maniera progressista. È un album di famiglia allargata che l’Italia non ha ancora il coraggio di appendere al muro. Qui dentro c’è Samir che attraversa il mare a quattordici anni e poi diventa guida per un atleta paralimpico, ma non può accompagnarlo a Parigi perché un pezzo di carta glielo impedisce; c’è Andrei, ricercatore universitario, pagato dallo Stato italiano, che però lo Stato non considera abbastanza italiano per dargli un passaporto; ci sono ragazzi e ragazze che parlano con l’accento di Vicenza, di Napoli, di Milano, che tifano per la Nazionale, pagano le tasse, si innamorano e si sposano qui — e tuttavia devono aspettare i diciotto anni, o i dieci di residenza ininterrotta, o il reddito minimo che sembra calcolato per umiliarli. Victoria Karam non urla, non piange, non fa la vittima. Mostra. Mostra i volti. E i volti, si sa, sono spietati: non si possono confutare con un editoriale, con una mozione d’ordine, con la solita litania securitaria da talk-show. Davanti a quei volti la retorica del “prima gli italiani” vacilla, perché quegli stessi volti sono italiani, tranne che sulla carta bollata. Oggi la ospitiamo qui, non per fare la predica buonista, né per concedere l’ennesima lacrima di coccodrillo sulla “multietnicità”. La ospitiamo perché l’Italia è una nazione vera, non un club etnico chiuso per testamento di nonni risorgimentali. E una nazione vera o si allarga per includere chi la fa vivere e respirare ogni giorno, o si rinsecchisce, si incartapecorisce, diventa un museo di sé stessa. Victoria, benvenuta.

Il libro parla di politica senza farlo direttamente. Forse è il modo più dirompente per farlo.

In realtà il libro vuole parlare di un’Italia che c’è e non viene raccontata. Un mondo che non ha voce e non può neanche votare. Io volevo chi ci mettesse la faccia per scardinare la paura che viene alle persone quando si parla di cittadinanza perché qui si tende a mettere insieme tutto quindi irregolari, disagio, delinquenza…invece l’impatto del racconto delle vite di questi ragazzi fa in modo si capisca meglio il tema vero. Dopo un lavoro su instagram, ho fatto una selezione di storie e volevo le situazioni più impattanti che includessero il più possibile le varie parti del mondo. Non doveva quindi essere un libro solo politico ma voleva essere un libro che smontasse i pregiudizi. Ad esempio quello secondo il quale se hai il permesso di soggiorno puoi fare ciò che vuoi ugualmente e allora “cosa te ne frega della cittadinanza?”, cosa che mi son sentita dire per il primi 23 anni della mia vita. Occorreva secondo me un libro che aiutasse a superare la paura e smontare false credenze e far vedere che la verità è banale.

Il referendum di giugno 2025 è andato male. Il tema non interessa agli italiani o sono stati per l’ennesima volta manipolati dalla propaganda?

Per me è una questione di paura. E’ un tema su cui si specula sempre. Se un ragazzo marocchino delinque finisce sui giornali, se lo fa un vicentino l’eco è decisamente inferiore. C’è quindi da chiedersi se i media siano oggettivi anche perché parlano pochissimo di cittadinanza e di conseguenza manca consapevolezza ed educazione ed è lo stesso problema che si riscontra nelle scuole. C’è anche però una lettura diversa del dato referendario perché se è vero che c’è stata una sconfitta bisogna anche dire che prima se ne parlava molto meno e in ogni caso è un grande numero di persone quello che ha votato.

La remigrazione è uno spettro reale all’orizzonte?

Non credo sia una proposta che può andare in porto ma sicuramente oggi fa molto rumore qui e nel mondo. Ad esempio con AFD in Germania e Vox in Spagna. In questo clima si è normalizzata l’idea di poter dire quello che ti pare senza ci siano conseguenze. Si dovrebbe invece sempre tenere a mente che in Italia abbiamo 900 mila studenti senza cittadinanza e il 9% del pil prodotto da immigrati regolari, intendo ragazzi nati e cresciuti qui che si sentono italiani e sono, di fatto, italiani. E poi ricordiamoci che abbiamo un tasso di natalità bassissimo e la remigrazione lo abbasserebbe ancora di più.

Esiste un’italianità?

No, esiste la volontà di essere italiani. Ovvero esistono persone che scelgono. Giovani e non solo. Mentre tanti altri decidono di lasciare il paese, ci sono tanti altri che decidono di rimanere e che si meritano l’italianità proprio perché scelgono di essere italiani. E poi ci dimentichiamo che tra ottocento e novecento gli italiani emigravano in massa (come in Brasile da dove vengo io) e dimenticarselo è da ipocriti. L’italianità per me è decidere di stare qui perché ti senti parte di qualcosa.

Cos’hai imparato di più dalle 15 storie che racconti e che magari non ti aspettavi?

La cosa molto bella che mi è rimasta è che c’è tanta voglia di fare. Non ho percepito alcun sentimento di ingiustizia, piuttosto una costante volontà di fare qualcosa, di mettersi in gioco per provare a cambiare un mondo che è più grande di noi. Persone che hanno un grande desiderio di azione e quando queste storie si uniscono, allora nasce qualcosa di importante e che fa la differenza. C’è tanto ottimismo, questo ho imparato. E che la nostra società è molto più avanti delle nostre leggi.

Lo ius scholae potrebbe essere la soluzione?

Assolutamente si. Io sono per tutte le soluzioni che riducono i tempi di attesa. I ragazzi che studiano qui crescono con la nostra cultura. Ci sono vari comuni come Bologna e Firenze che hanno istituito lo ius scholae onorario, dando così una cittadinanza che non ha valore legale ma è un segnale forte di inclusione.

Ti sei mai sentita frustrata prima di ottenere la cittadinanza?

Io non ho mai vissuto situazioni di razzismo perché i mie canoni estetici rientrano in quelli che socialmente ci si immagina quando si pensa all’italiana “tipica”, ma quando andavo in Brasile, per rientrare dovevo sempre dimostrare di studiare in Italia, pesi burocratici senza senso. Non ho potuto votare per 4 anni. Non potevo candidarmi. Quello che ho subito è stato disagio, lentezza. Non avrei nemmeno potuto fare la carriera da magistrato ad esempio. Ma non mi sono mai sentita esclusa. Molti altri invece sì, e sono cicatrici che rimangono. Sentivo solo un grande senso di ingiustizia perché tutta la mia vita era qui e non potevo dimostrarlo legalmente.

Quanto difficile è parlare di questo argomento a gente che non sia di per sé già schierata?

Parlerei di questo tema anche davanti a cento persone che votano in modo diverso da me. Mi basterebbe che una sola uscisse da quella stanza con una domanda in più, con un dubbio in più, con uno sguardo un po’ più aperto. Questo progetto non nasce per convincere chi è già d’accordo, né per fare profitto. Nasce per tenere la questione al centro del dibattito pubblico, per non lasciarla scivolare ai margini o ridurla a slogan. Anzi, credo sia ancora più importante affrontarlo nei contesti in cui il mio punto di vista non è condiviso. Perché il confronto vero avviene lì, non nelle stanze dove ci si dà ragione a vicenda. C’è chi mette in discussione la mia italianità per le origini della mia famiglia. Io sono nata qui. E proprio per questo sento la responsabilità di parlare anche a chi pensa diversamente: non per etichettarlo, ma per provare a costruire uno spazio di comprensione reciproca. Il nostro progetto è rivolto soprattutto a loro. Perché se riusciamo a smuovere anche solo una percezione, allora qualcosa cambia davvero.

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