Giovedì venticinque settembre duemilaventicinque, festival Hangar Palooza, primo di 4 giorni dove si sarebbe mescolato yoga all’alba con dj set fino a notte fonda, si inaugura la sarabanda con una scommessa, un concerto a pagamento, venti euri per entrare a sentire e vedere Giancane e Zerocalcare – Michele Rech per gli atti notarili – che mentre Gianca suona, scarabocchia dal vivo, un disegno dopo l’altro proiettato sullo schermo come in un film muto. Non è uno spettacolo, è un’alchimia da strada, un “concerto disegnato” che i due hanno forgiato nei solchi di “Strappare lungo i bordi”, quella serie animata che in qualche modo ora rivive qui, nel ventre del parco della pace. Zerocalcare prende le note di Giancane e le fa sbocciare in vignette: mostri con la cravatta che inseguono eroi precari, armadilli che ballano twist su nuvole di fumo, e Roma – sempre Roma, con i suoi sampietrini traditori – che si trasforma in Vicenza per un attimo. Ad un certo punto compare la scritta “No Dal Molin” perché il ragazzo sa bene dov’è ed è giusto così. La scommessa è vinta. Ci sono quasi 2.000 persone ed è il primo concerto nella storia del Teatro Comunale di Vicenza organizzato fuori sede dalla Fondazione. La città ha risposto alla grande. Sebbene l’inaugurazione sia stata due giorni dopo, si può dire che quella “vera” sia questa, quella del popolo. Zerocalcare, con quel understatement da chi ha visto troppi mostri sotto il letto, non parla molto – lascia che il pennarello chiacchieri per lui. Ma nei suoi schizzi c’è tutto: anche la malinconia di un Veneto che ha detto no alla guerra in giardino, l’ironia di chi disegna draghi per esorcizzarli, e un’eco del da poco scomparso Stefano Benni, perché qui le storie non sono dritte come autostrade, ma curve come i canali del parco, piene di conigli parlanti e di nuvole che piovono fumetti. Giancane canta di amori ipocondriaci, e Zero li illustra con cuori che paiono motori grippati. Mentre la notte avvolge il parco come un plaid logoro, con le stelle che strizzano l’occhio agli aquiloni del giorno dopo, Zerocalcare si concede ad un firmacopie lunghissimo, generoso, felice. Non è stata solo una serata: è stata una vignetta viva.

Michele Rech è il cantastorie a fumetti della generazione che inciampa nei sogni e si rialza con un ghigno. Non è un supereroe, è più un superprecario, uno che naviga tra bollette, ansie millennial e ricordi di VHS sgranate. Zerocalcare prende la realtà – quella vera, con le sue crepe e i suoi spigoli – e la trasforma in un’epopea da marciapiede, dove i mostri sono i call center, i draghi sono i sensi di colpa e gli eroi sono tizi qualunque con la felpa sdrucita. Nei suoi fumetti trovi tutto: la madre che sembra uscita da un film di Verdone, gli amici che discutono di Star Wars come fosse il Concilio di Trento, e quell’armadillo che è un po’ Grillo Parlante e un po’ amico di bevute. Libri come La profezia dell’armadillo o Kobane Calling non sono solo fumetti, sono mappe emotive. E poi la Roma dei motorini che sgasano, delle piazze che puzzano di birra e delle periferie che cantano la loro ribellione silenziosa. Le sue storie sono un circo di personaggi assurdi ma veri, come Secco, o Cinghiale. Zerocalcare continua a scarabocchiare il suo diario collettivo. Spesso, leggendolo, ti viene da pensare: “Ma questo sono io”. E l’armadillo, dal fondo della pagina, ti strizza l’occhio e dice: “E che te credevi?”.












