Piazza dei Signori, Vicenza, una sera di fine estate. Il cielo è limpido, la folla ordinata, composta, con quel misto di eccitazione e malinconia che si porta appresso chi sa di essere lì per un viaggio nel tempo. Steve Hackett è sul palco, e il pubblico – capelli brizzolati, magliette sbiadite di The Lamb e Selling England by the Pound – è pronto a immergersi in un’epoca che non c’è più.

Viviamo in un’era in cui il rock è diventato materia da museo, un reperto prezioso da lucidare e mostrare con cura, più per nostalgia che per urgenza creativa. E il concerto di Hackett, pur con momenti di pura magia, non sfugge a questa sensazione. Hackett è un mito, non ci piove. La sua chitarra, quel tocco liquido e lirico, ha definito un suono. Ma il suo show, per quanto impeccabile, ha il sapore di un’operazione ben eseguita, una cover band di lusso che ripropone il repertorio dei Genesis con devozione filologica. A posteriori si può dire che il meglio del concerto si sia visto e sentito nella prima parte, quella dedicata al materiale solista, perché più coerente, meno cosplayer, e l’incedere wagneriano di Shadow of the Hierophant è stato forse il vero highlight della serata. Non è una critica per forza negativa, sia chiaro: il gruppo che lo accompagna è di una professionalità spaventosa. Il batterista, Craig Blundell, pesta con una precisione e un’energia che tengono in piedi l’intero edificio sonoro. Ogni fills, ogni rullata, porta una dinamica capace di dare nuova vita a pezzi come The Lamb Lies Down on Broadway o Lilywhite Lilith. Eppure, anche questa perfezione tecnica lascia un retrogusto strano, come se tutto fosse troppo calcolato, troppo levigato. Poi c’è Nad Sylvan, il cantante, che si prende il compito titanico di evocare lo spettro di Peter Gabriel (e, in parte, di Phil Collins). Ci prova, con quel suo timbro teatrale e un po’ nasale, ma non sempre ci riesce. Nei momenti più lirici, come in Carpet Crawlers, la sua voce regge, avvolge, convince. Ma quando il registro si fa più drammatico o aggressivo, come in Supper’s Ready, si sente la fatica, qualche incertezza, un’intonazione che ogni tanto scivola via. Non è colpa sua: cantare i Genesis è come scalare l’Everest con le infradito. Eppure, c’è un momento in cui tutto si ferma e il passato sembra davvero tornare vivo: Supper’s Ready. Ventitré minuti di epica prog, un viaggio che è quasi un rito. Quando Hackett attacca l’arpeggio iniziale è impossibile non trattenere il fiato. È un momento in cui la musica trascende il tempo e lo spazio. Ma anche questo incantesimo, per quanto potente, non dura. La perfezione dell’esecuzione non basta a nascondere il fatto che stiamo assistendo a un revival, a un’eco di qualcosa che non tornerà. Il finale, poi, è il colpo di grazia, nel bene e nel male. Firth of Fifth come primo bis (seguirà una non convincente Los Endos), con il pubblico che batte le mani a tempo, in attesa del leggendario assolo di chitarra di Hackett. È un momento che dovrebbe essere epocale, e in parte lo è: le dita di Steve danzano sulle corde con una grazia ultraterrena, ogni nota è un ricordo che si accende. Ma c’è qualcosa di malinconico in quel battimano, in quell’attesa collettiva, come se tutti stessero celebrando un’epoca che non appartiene più a nessuno. È un applauso al passato, non al presente. Esco dalla piazza pensando che è stato bello, certo. Hackett è un signore del palco, la band è straordinaria, e i brani dei Genesis restano capolavori che sfidano il tempo. Ma il gusto in bocca è dolceamaro, quello di una serata che scalda il cuore ma non lo accende. È il rock come reliquia, suonato con amore ma senza la scintilla della scoperta. E mentre mi allontano, con le note di Firth of Fifth che ancora risuonano nella testa, penso che forse è questo il destino del progressive oggi: un meraviglioso museo, dove entriamo per ricordare chi eravamo, non per immaginare chi potremmo essere.











