L’edizione 2025 del Lumen Festival sarà ricordata per il grandissimo numero di partecipanti, per il caldo insopportabile, per i fiumi di birra, per i concerti di Joan Thiele, dei Punkreas, di MadMan, Lamante e tutti gli altri, per la libertà e la festa fino a notte fonda, ma anche e forse soprattutto per un particolare che va oltre la musica e il concetto di evento ed entra direttamente in una sfera anche politica che si chiama “rigenerazione urbana” e ha a che fare strettamente col concetto di città che cambia e si prende cura di sé.

Il plauso che va fatto a Matteo Graser e tutta la grande banda di volontari, collaboratori, professionisti, che sta dietro al Lumen, è doveroso e importante. Aver portato il festival in Campo Marzo è stata una scelta che potrebbe rivelarsi decisiva anche per il futuro della zona e di un certo modo di raccontarla. Non che serva specificarlo, ma per i pochi che non lo sanno parliamo di quella porzione di Campo ad ovest che dallo scorso autunno è recintata. Campo Marzo Ovest, un tempo percepito come un’area problematica, è stato trasformato dal Lumen Festival in un luogo di aggregazione e vitalità. Il “polmone verde” di Vicenza, è un’area storicamente segnata da degrado e microcriminalità. Le baruffe politiche hanno spesso ostacolato la sua valorizzazione, con dibattiti strumentali sulla gestione dello spazio. Il festival ha trasformato un’area problematica in un polo culturale. Ha mostrato come un posto circoscritto non solo sia più sicuro ma possa tornare ad essere vissuto e percepito come patrimonio di tutti. Oltre ad una programmazione eclettica e inclusiva e alla sostenibilità, il Lumen 2025 è stata un’operazione sociale, un mattone posato per la costruzione di una casa fatta di coesione, a costo di dover spiegare ai muri perché a Vicenza non c’è un cazzo da fare.











