Vicenza ha trovato in Giacomo Possamai, 35 anni appena, un sindaco che sembra uscito da un laboratorio di alchimia politica: giovane ma non giovanilista, pragmatico ma non cinico, indipendente ma non anarchico. Un sondaggio Demetra, pubblicato oggi dal Giornale di Vicenza, ci racconta un fenomeno che merita di essere sezionato con il bisturi dell’intelligenza, non solo per capire Vicenza, ma per afferrare un frammento di futuro della politica italiana. Due anni fa, nel 2023, Possamai vinse il ballottaggio per un soffio, il 50,54% dei voti, su un’affluenza del 54%, lasciando il 46% degli elettori a casa. Oggi, la simulazione di Demetra ci dice che, pur con un 2% in meno di votanti (52% contro 54%), il consenso del sindaco schizzerebbe al 54%, un balzo che non è solo numerico, ma sintomo di un’adesione profonda. Perché piace Possamai? Perché questo ragazzo, che sembra un democristiano d’altri tempi trapiantato nel XXI secolo, sta dimostrando che la politica può essere ancora un’arte nobile, un esercizio di visione e fatica, non un circo di slogan.

Partiamo dai numeri, che sono freddi ma non mentono. Nel 2023, Possamai conquistò Vicenza in un contesto di astensione galoppante: il 46% di chi non votò era un grido di sfiducia verso la politica, un’eco di quel disincanto che corrode le democrazie. Eppure, su quel 54% che si presentò alle urne, il giovane candidato del centrosinistra, con il suo 50,54%, fece l’impresa: batté il sindaco uscente Francesco Rucco, sostenuto da una corazzata di centrodestra, in una regione, il Veneto, che è feudo di Luca Zaia. Oggi, Demetra ci dice che, nonostante un’ulteriore erosione dell’affluenza (52%), Possamai non solo tiene, ma cresce, arrivando al 54% tra i votanti. Tradotto: il suo consenso personale supera di gran lunga il perimetro del suo partito, il PD, che pure è secondo in città con un robusto 27,2%, ma resta dietro Fratelli d’Italia (29%). Questo distacco tra il gradimento del sindaco e quello della sua forza politica è la prima chiave per capire il fenomeno Possamai: non è un uomo di apparato, non è un soldatino della segreteria di Elly Schlein. È un politico che si è smarcato dai dogmi del partito, rifiutando durante la campagna elettorale del 2023 la presenza ingombrante dei big nazionali, Schlein in primis, e preferendo il dialogo con sindaci pragmatici come quelli di Verona, Padova, Bergamo. Una scelta che, come una medaglia al valore, brilla sul suo petto: l’indipendenza è una virtù rara in un’epoca di conformismi ideologici.

Ma non è solo una questione di autonomia. Possamai piace perché ha una visione, una parola abusata ma che in lui trova carne e sangue. Vicenza, città di bellezza e di benessere, non è immune alle crepe di un’epoca di crisi: l’economia globale vacilla, la politica nazionale è un ring di urla, il tessuto sociale si sfilaccia sotto il peso di paure nuove e vecchie. Eppure, Possamai ha saputo declinare un progetto che parla ai vicentini: rigenerazione urbana, attenzione ai quartieri, infrastrutture come la TAV gestite con pragmatismo. Non promette la luna, ma offre un piano: 300 interventi nei quartieri, una task force per la cura della città, un dialogo con RFI e Iricav per la TAV che non sventri il territorio. È un politico che non si limita a galleggiare, ma che scava, progetta, costruisce. I vicentini, secondo Demetra, lo riconoscono: il 65% lo considera una “persona perbene”, il 60% competente, il 59% presente e attento. Numeri che non si improvvisano, ma si conquistano con il sudore.

E qui arriviamo al cuore del suo appeal: Possamai è un lavoratore indefesso. A 33 anni, quando vinse, era già capogruppo PD in Regione Veneto, il più votato dopo il leghista Roberto Marcato, con oltre 11 mila preferenze. La sua carriera, iniziata a 17 anni come segretario dei Giovani Democratici, è una parabola di impegno: dalla gavetta con Obama a Philadelphia nel 2012, bussando porta a porta nei quartieri difficili, fino alla guida di Vicenza. Non è un parvenu, non è un influencer prestato alla politica. È uno che ha studiato (laurea in giurisprudenza), che ha fatto pratica forense, che ha scelto di restare nella sua città rinunciando a un seggio sicuro a Roma offerto da Enrico Letta. Questa dedizione si vede nel suo modo di amministrare: non è il sindaco delle foto su Instagram, ma quello che si rimbocca le maniche, che media, che ascolta. La sua capacità di essere benvoluto, poi, è un mistero solo apparente. Possamai non urla, non divide, non cerca lo scontro. In un’epoca di polarizzazioni feroci, il suo stile moderato, che qualcuno ha definito “democristiano”, è un balsamo. Ma attenzione: moderazione non è sinonimo di debolezza. La sua campagna del 2023, orchestrata con Giovanni Diamanti, è stata un costante lavoro di comunicazione sobria ma efficace, ispirata a quella di Damiano Tommasi a Verona. Ha risposto agli attacchi con il sorriso, ha ignorato le provocazioni, ha parlato di Vicenza e non di Roma. E i vicentini, che non amano i toni da talk show, lo hanno premiato.

Infine, c’è il contesto storico. Possamai governa in un momento di enormi difficoltà: l’economia globale è un campo minato, la politica italiana è un caos di promesse non mantenute, il Veneto stesso si prepara a un dopo-Zaia che potrebbe essere traumatico per il centrodestra. Eppure, lui non si limita a gestire l’ordinario: vuole rigenerare Vicenza, farla diventare un modello di città media che coniuga bellezza, innovazione e coesione sociale. È una scommessa ambiziosa, ma i numeri di Demetra suggeriscono che i vicentini ci credono. E qui si apre l’ultimo capitolo: Possamai non è solo un sindaco, è un politico di livello nazionale. Non perché ambisca a Roma (ha già detto no una volta), ma perché incarna un modello di leadership che manca al centrosinistra italiano: concreto, indipendente, capace di parlare oltre i recinti ideologici. In un PD miseramente ostaggio di correnti e liturgie, lui è un’eccezione che potrebbe diventare regola. La sua Vicenza non è solo una città, ma un laboratorio politico: se riuscirà a trasformare la sua visione in realtà, il suo nome potrebbe risuonare ben oltre i confini del Palladio.
Perché piace Possamai? Perché è un politico che non si accontenta di sopravvivere, ma vuole costruire. E in un’epoca di macerie, questo è un atto di coraggio che i vicentini, e forse non solo loro, sanno riconoscere.










