C’è sempre un’ultima volta, anche per le cose che vorremmo eterne.
L’ultima volta che hai cenato con tuo padre, anche se in quel momento non sapevi che fosse l’ultima.
L’ultima volta che hai sentito tua madre ridere davvero.
L’ultima volta che il Vicenza è stato in Serie B.
Non è la stessa cosa, direte voi.
No, non lo è.
Ma ci somiglia, in quella malinconia che ti prende quando sai che qualcosa sta finendo, e che non tornerà presto.
Era la stagione 2021–2022. Un’annata che non resterà nei libri, ma resterà nel cuore di chi c’era. Perché non si ama una squadra solo quando vince. La si ama soprattutto quando resiste. Il Vicenza, quella stagione, resisteva. Resisteva alla crisi, ai bilanci zoppi, ai prestiti senza futuro. Resisteva a un campionato difficile, pieno di squadre in cerca di riscatto, con giocatori che si chiamavano come attori di fiction o come muratori abruzzesi. Resisteva agli stadi vuoti, alle voci metalliche delle radiocronache, all’apatia generale. Resisteva anche a sé stesso. Alla nostalgia di quello che era stato: il Vicenza di Paolo Rossi, di Guidolin, della Coppa delle Coppe, della Juve messa alle corde. Una nostalgia bella e ingombrante, come un vecchio cappotto che non vuoi buttare. E poi c’era lo stadio. Il Menti, che in certi pomeriggi pareva un cinema di provincia: poca gente, ma occhi attenti, e una fede che non ha bisogno di effetti speciali. In campo c’era di tutto. Veterani con le ginocchia usurate e ragazzi che speravano nel salto. Giacomelli, che a Vicenza era più che un giocatore: era una presenza, come la Basilica o il Corso Palladio o il baccalà alla vicentina. E c’era una curva che cantava anche sullo 0-2. Perché cantare quando si vince è facile. Il difficile è quando perdi.

La salvezza, alla fine, non arrivò. Nonostante un girone di ritorno da squadra viva. Nonostante un playout vissuto col cuore in gola, contro il Cosenza, e un ritorno amaro come il caffè lasciato sul fuoco troppo a lungo. Scendere in C fu doloroso. Ma chi ama una squadra come il Vicenza lo sa: non è la categoria che fa la dignità. È la fedeltà, anche quando il risultato ti pugnala, anche quando la domenica sera spegni la radio e ti dici: “Tanto domenica prossima ci sarò di nuovo.” E forse ora ci torneremo, in B, intendo. Perché le squadre come il Lane non muoiono. Si addormentano. Poi si svegliano, e ricominciano a sognare.
Giampietro Pillan









