Ci sono uomini che attraversano il calcio come meteore, lasciando scie luminose di gol e giocate. E poi ci sono quelli come Sergio Campana, che il calcio lo hanno cambiato, non con i piedi, ma con la testa e il cuore. Non era un campione da copertina, Sergio, ma un avvocato con la passione del gioco, un uomo che ha saputo dare dignità a chi il calcio lo viveva sulla pelle, dai fuoriclasse alle riserve. Nato a Bassano del Grappa nel 1934, fu un’ala destra di tutto rispetto, capace di correre e crossare per il Bologna e il Lanerossi Vicenza negli anni ’50 e ’60. Giocatore di medio cabotaggio, direbbe qualcuno, ma con un’intelligenza che andava oltre il rettangolo verde. Laureato in Giurisprudenza, smise le scarpette a 33 anni e decise che il calcio non era solo gloria, ma anche diritti, sudore, vite da tutelare. Era il 1968, un anno di rivoluzioni, quando Sergio, con la complicità di due totem come Sandro Mazzola e Gianni Rivera, fondò l’Associazione Italiana Calciatori (AIC). Seduti a un tavolo, con De Sisti, Bulgarelli e altri, misero nero su bianco un’idea semplice ma dirompente: i calciatori non erano pedine da spostare a piacimento dai club, ma lavoratori con diritti. “Il nostro è un sindacato di tutti, non solo dei campioni,” diceva Campana. E così fu: per 43 anni, dal 1968 al 2011, guidò l’AIC conquistando battaglie epocali. Lo svincolo contrattuale, il diritto a rifiutare un trasferimento, la pensione, l’assistenza sanitaria: tutto questo, oggi scontato, porta la sua firma. Non era un uomo da riflettori, non amava le luci della ribalta, ma il lavoro dietro le quinte, come un mediano che fatica, per lui il calcio era dei calciatori, non dei presidenti. Semplice, quasi banale, ma in quegli anni Sessanta, quando i club trattavano i giocatori come merci al mercato, era un grido di rivolta. Con lui, i calciatori scioperarono per la prima volta nella storia italiana, nel 1971, per il caso Tumburus, un ex campione svenduto per 25 lire in una provocazione di mercato. Campana non ci stette, e vinse. La sua vita non era solo calcio. Era un uomo colto, ironico, affabile, capace di passare da un’aula di tribunale a una chiacchierata sul vino con la stessa naturalezza. Amava moltissimo la sua Vicenza, dove AIC aveva sede, da un piccolo ufficio fino alla struttura importante di adesso diretta da Gianni Grazioli. Oggi, mentre il calcio moderno corre tra sponsor, VAR e miliardi, la morte di Sergio Campana ci ricorda un tempo in cui il pallone era anche una questione di princìpi. Non era perfetto, certo. Negli ultimi anni, guardava con un po’ di malinconia un mondo che si era fatto “classista”, come diceva lui, dove i campioni guadagnano fortune e le riserve arrancano. Eppure, sognava ancora un calcio più umano, più vicino a chi lo gioca.

Vicenza Running Festival, dal 7 al 15 marzo la seconda edizione
Era il 1956 quando aprì i cancelli quella che sarebbe diventata la fucina di generazioni di appassionati e futuri campioni,









