La giornata mondiale della terra. I prossimi dieci anni cambieranno il mondo.

Il decennio fino al 2030 sarà cruciale.

Ricordiamo oggi, non dimentichiamolo domani.
C’è chi sostiene che i risultati di Glasgow siano stati deludenti, insufficienti ed evanescenti. Il Bla Bla Bla, l’etichetta coniata da Greta Thunberg per rappresentare l’estenuante discussione che non porta a nulla, non rende però ragione della complessità delle situazioni.
Cosa resta oggi di Cop 26? Sono passati solo cinque mesi e il costo dell’energia è stratosfericamente aumentato, c’è una rincorsa della Germania e di altri paesi all’uso del carbone per mitigare le dipendenze dal gas Siberiano, la guerra in Ucraina tende a far dimenticare anche i semplici buoni propositi usciti dalla discussione a Glasgow, la difficoltà di approvvigionamento di energia mette in ginocchio intere filiere produttive.
A Glasgow, India e Cina si sono tenute le mani libere di investire in tecnologie climalteranti ed hanno dato scacco all’ultimo momento. Una brutta battuta d’arresto pericolosissima alle ambizioni attese da questa Cop.


Però….. Però, la questione è questa.

I prossimi dieci anni cambieranno il mondo. Lo cambieranno soprattutto nelle aree del mediterraneo. Una delle aree più a rischio per i cambiamenti climatici. Il livello di allarme è secondo solo a quello dell’Artico, secondo Petteri Taalas, capo Agenzia Onu per il meteo.


Allora, è andato tutto male?

Nel commentare i risultati, bisogna superare la dicotomia successo o fallimento perché è chiaro che i negoziati sono un processo incrementale. Possiamo dunque affermare che Cop26 è stata la Cop più politica dopo Parigi del 2015. E lo diciamo nel senso positivo del termine.
Il cambiamento climatico, previsto da anni nell’indifferenza della maggioranza degli abitanti della terra, negato da superficiali studiosi e da poco lungimiranti politici, in questi ultimi decenni si è manifestato a tutte le latitudini del pianeta, in forme diverse e sempre più devastanti.


Da quasi tre decenni l’ONU riunisce pressoché tutti i Paesi della terra per i vertici globali sul clima, chiamati COP ovvero ” Conferenza delle Parti”. Da allora il cambiamento climatico è passato dall’essere una questione marginale a diventare una priorità globale.
Forse il più importante è stato dunque COP 21 che si tenne a Parigi nel 2015, perché per la prima volta tutti i Paesi accettarono di collaborare per limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi, puntando a limitarlo a 1,5 gradi. Inoltre i Paesi decisero di mobilitare i fondi necessari per raggiungere questi obiettivi.
Val la pena di ricordare che ogni decimale di grado di riscaldamento causerà la perdita di molte vite umane, danni alle coste, alle coltivazioni, alle abitazioni, la scomparsa di molte specie animali. In quell’Accordo di Parigi ciascun Paese si è impegnato a creare un piano nazionale indicante la misura della riduzione delle proprie emissioni, detto Nationally Determined Contribution (NDC) o “contributo determinato a livello nazionale”. Il piano doveva essere aggiornato ogni cinque anni per riflettere la massima ambizione possibile in quel momento.
L’anno scorso poi si è tenuto a Glasgow (ritardato di un anno a causa della pandemia) il 26esimo vertice annuale – appunto il COP26 – presieduto dal Regno Unito. I quasi 200 leader mondiali, accompagnati da decine di migliaia di negoziatori, rappresentanti di governo e di imprese per due settimane di negoziati hanno discusso sul futuro (se davvero ce lo vogliamo dare!) della Terra.
I Paesi si sono presentati dunque con piani aggiornati di riduzione delle proprie emissioni.


Gli impegni presi a Parigi non sono però neanche lontanamente sufficienti per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi, e la finestra utile per il raggiungimento di questo obiettivo si sta chiudendo. Nonostante l’accordo al ribasso sul carbone, anche se può sembrare strano per delle conferenze dedicate al cambiamento climatico, è la prima volta che i combustibili fossili vengono citati nel documento finale di una Cop. In particolare, è stato fissato un impegno mondiale intermedio per tagliare le emissioni di CO2 del 45 per cento entro il 2030 e rispetto al 2010. Risulta poi da sottolineare l’intesa a sorpresa tra Stati Uniti e Cina (i maggiori emettitori di gas serra a livello globale) per la riduzione delle emissioni di gas serra nel prossimo decennio. Un accordo per ora non particolarmente dettagliato, ma che segna di certo un’inversione di tendenza.


Tutto questo fino a sessanta giorni fa. Poi la guerra ha ovviamente concentrato l’attenzione sui drammi di oggi. Purtroppo, se non pensiamo subito alle azioni di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni in atmosfera, non avremo un domani. Così la “economia di guerra” nella quale siamo oggettivamente piombati, potrebbe e dovrebbe spingere verso quelle transizioni necessarie per riuscire a vivere bene consumando meno. Finché arriveranno nuove decisioni dall’alto, la collaborazione consapevole e spontanea di tutti gli abitanti della terra è necessaria.

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