Il 19 ottobre 1925, a Padova, veniva al mondo Giuseppe Maffioli: attore, regista, gastronomo, scrittore, poeta, giornalista, insegnante, uomo di teatro e di radio. Un veneto doc che ha incarnato la poliedricità tipica della nostra terra: capace di passare senza soluzione di continuità dal palcoscenico alla cucina, dal microfono alla penna, dalla bottiglia al verso in dialetto trevigiano, dalla cattedra alla tavola. Perché il Veneto, si sa, non produce specialisti puri. Produce uomini “plurimi”, che tengono insieme la concretezza contadina e l’estro artistico, il radicchio e la recitazione, il prosecco e la poesia. Maffioli è stato l’esempio perfetto di questa natura ibrida: un intellettuale che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani in cucina, di celebrare il cibo e il vino (a dire il vero molto poco, eresia in questa terra) come momenti alti della vita e non come semplice nutrimento. Treviso lo ha cresciuto, a Vicenza trovò un personaggio che lo rese immortale al grande pubblico: il “Parigi” nel commissario Pepe, nato dalla penna di Ugo Facco De Lagarda e portato sullo schermo da Ettore Scola nel 1969 con uno strepitoso Ugo Tognazzi. Ma il momento di massima consacrazione cinematografica arrivò nel 1973, quando Marco Ferreri lo chiamò per La grande abbuffata. Maffioli è lì, insieme a Tognazzi, Piccoli, Noiret e Mastroianni, a ricoprire il ruolo di consulente gastronomico e food stylist ante litteram, grazie anche alla sua enorme conoscenza tecnica e culturale della cucina francese (di cui l’intellettuale possedeva una collezione gigantesca). Un film scandaloso, feroce, profetico. È Maffioli che prepara il “timbale à la Maffioli”, che spiega come cuocere il maiale, che teorizza il pasto come atto estremo di libertà e di ribellione.

Da noi mangiare e bere non sono mai stati solo funzioni fisiologiche. Sono rito, liturgia, messa laica. Il pranzo della domenica, la cena di magro del venerdì santo, il brindisi dopo la vendemmia, il cicchetto al bancone alle undici di mattina: ogni gesto è carico di simboli, di memoria, di appartenenza. Maffioli lo aveva capito profondamente e lo ha raccontato in decine di libri (La cucina trevigiana, dove viene inserita la ricetta ufficiale del tiramisù legittimo delle Beccherie, Il codice della tavola, etc…) e in centinaia di articoli e trasmissioni radiofoniche. Scriveva di sopressa e di poesia con la stessa passione, di tiramisù e di Goldoni con la stessa devozione. Era un uomo che viveva la tavola come luogo di resistenza culturale. In un’Italia che correva verso l’omologazione, lui difendeva l’osteria di paese, il vino sfuso, il piatto povero ma saporitissimo. Diceva: «Il cibo è l’unica arte che si può consumare due volte: prima con gli occhi e poi con il palato». A cento anni dalla nascita, rileggere Maffioli significa riscoprire il senso profondo della nostra identità. A riportarlo leggibile e ad aiutare la diffusione della sua storia ci ha pensato Ronzani Editore con un’operazione importante che ha tutte le caratteristiche di un omaggio doveroso e sincero. Ben due libri in cui si racconta il Maffioli a tutto tondo. Il primo affronta l’uomo di spettacolo, ed è curato da Giuseppe Barbanti e Alessandro Cuk. Il secondo parla più del gastronomo ed è uno spettacolo di sinestesie, raccontate dalla penna di Caterina Vianello con la partecipazione, tra gli altri, del grande cuoco vicentino e discepolo di Maffioli, Amedeo Sandri, il cui libro “Cucina Vicentina” (anch’esso pubblicata da Ronzani) è un’opera fondamentale per chiunque voglia mantenere memoria della nostra tradizione culinaria.



Non c’è separazione tra cultura alta e cultura della tavola: sono la stessa cosa. Il Veneto che Maffioli lui ha raccontato (e vissuto) è un Veneto che sa ancora ridere di sé, che non ha paura di sedersi a tavola per ore, che considera il cibo un atto d’amore verso la vita e verso gli altri. Oggi che le mode alimentari si susseguono a velocità folle, che il cibo è diventato spesso spettacolo vuoto o ideologia, la lezione di Giuseppe Maffioli resta più viva che mai: mangia lentamente, bevi con misura ma con gioia, racconta storie mentre sparecchi, ricorda sempre da dove vieni. Cin cin, Bepo. E grazie.










