Femminicidio, la violenza silenziosa sulle donne

Nel nostro lessico quotidiano, femminicidio non è più una parola sconosciuta. È entrata nel linguaggio pubblico, nei titoli dei giornali, nei rapporti istituzionali. Ma dietro la sua diffusione, c’è una realtà dura da affrontare: l’uccisione di donne da parte di uomini che dicevano di amarle. Una violenza che spesso non grida, non mostra lividi visibili, non lascia segnali apparenti. Ma che cresce nell’ombra, nutrita da controllo, possesso, silenzio. Fino a esplodere.

Il termine feminicide appare per la prima volta nella letteratura anglosassone grazie alla criminologa sudafricana Diana E.H. Russell, che nel 1992 lo definisce come “l’uccisione di donne perché donne”. Una definizione che ha segnato un punto di svolta, ampliata successivamente nel 2006 nel volume Femicide: A Global Issue that Demands Action, in cui si sottolinea come il femminicidio non sia solo un crimine individuale, ma anche un fenomeno sistemico, spesso tollerato o ignorato dalle istituzioni. È però in America Latina, in particolare in Messico, che il termine assume una connotazione politica e culturale profonda. L’attivista Marcela Lagarde introduce la traduzione feminicidio in spagnolo, attribuendole un significato specifico: non solo l’omicidio di una donna, ma l’esito finale di un continuum di abusi e violenze, in un contesto di impunità diffusa. Il caso delle “donne di Ciudad Juárez” – centinaia di giovani assassinate nell’indifferenza delle autorità – ha contribuito a rendere il termine un grido collettivo.

In Italia, la parola femminicidio entra con forza nel dibattito pubblico a partire dagli anni 2010, sostenuta da attiviste, giornaliste e studiose come Loredana Lipperini e Barbara Spinelli. Nonostante iniziali resistenze – da chi la considerava un neologismo ideologico – il termine si è imposto, supportato anche da ISTAT e dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. Nel 2013 viene approvato il cosiddetto Decreto sul femminicidio, con misure specifiche contro la violenza sulle donne. Sebbene il termine non sia ancora riconosciuto come fattispecie autonoma nel Codice penale, viene oggi utilizzato ufficialmente in documenti istituzionali, rapporti e comunicazione mediatica.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno e dell’Osservatorio Interforze, nel 2024 in Italia sono state uccise 113 donne. Di queste, 99 in ambito familiare, e 61 per mano del partner o ex partner. Nel primo trimestre del 2025, le donne uccise sono 17, di cui 13 in contesti familiari o affettivi, e 11 da partner o ex partner. Questo rappresenta un calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale positivo, forse, ma gli analisti avvertono: è troppo presto per parlare di una tendenza strutturale.

L’analisi qualitativa dei casi mostra dinamiche precise, che si ripetono con inquietante regolarità. Il femminicidio raramente è un raptus, come titolano alcune cronache superficiali. Spesso è l’atto finale di una lunga escalation: controllo, gelosia, minacce, isolamento. Una violenza che non nasce all’improvviso, ma che si sviluppa nel tempo. In molti casi, le vittime avevano già denunciato stalking o maltrattamenti. Tuttavia, le misure cautelari risultano spesso tardive o inefficaci. La risposta dello Stato, lenta e disarticolata, arriva quando ormai non c’è più nulla da salvare.

Molti femminicidi sono premeditati. Lo dimostrano i dettagli: armi portate da casa, lettere lasciate intenzionalmente, messaggi programmati. Eppure, parenti, amici, colleghi spesso dichiarano di non aver visto nulla. La violenza si mimetizza dietro sorrisi forzati, scuse ripetute, assenze giustificate. È una violenza silenziosa, che abita le case, le relazioni, le abitudini. Fino a quando è troppo tardi per ignorarla.

Le vittime di femminicidio hanno prevalentemente tra i 20 e i 55 anni. Ma non mancano casi di donne anziane uccise da mariti o figli conviventi. Nel 2025, sono stati documentati almeno tre casi di studentesse tra i 18 e i 24 anni. Quasi sempre, il femminicida è qualcuno di vicino: un partner, un ex, un familiare. Il gesto omicida arriva quasi sempre dopo una perdita di controllo sulla donna: una separazione, una denuncia, il tentativo di riappropriarsi della propria libertà.

Negli ultimi anni, l’Italia ha introdotto importanti strumenti legislativi, come il Codice Rosso, che impone tempi più rapidi per l’ascolto delle vittime. Sono stati aumentati i fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio. In alcune scuole sono partiti progetti di educazione all’affettività e al rispetto. Ma l’implementazione resta disomogenea, e molte misure restano solo sulla carta. Il problema principale è la frammentazione: forze dell’ordine, tribunali, servizi sociali e strutture di accoglienza agiscono spesso senza coordinamento. Proprio in questi vuoti si annida il rischio. Quando manca una rete di intervento efficace, ogni ritardo può trasformarsi in tragedia.

La vera sfida, oggi, non è inventare nuovi strumenti, ma far funzionare quelli già esistenti. E soprattutto, intervenire prima che la violenza diventi irreversibile. Serve un cambiamento culturale profondo, che riconosca nella violenza di genere un problema strutturale, non un’emergenza passeggera. Il femminicidio non è un destino. È la conseguenza di scelte, silenzi, omissioni. E può essere fermato solo se la società – tutta – decide di non voltarsi più dall’altra parte.

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