Gli Alpini: tra Mito, Storia e Retorica

Per le vie della città vi sarà capitato di scorgere delle bandiere familiari ondeggiare al vento o avviluppate sui fili della luce. L’infestazione tricolore, l’imbadieramento generale sono il colorato benvenuto che annuncia l’arrivo degli Alpini. In tutto questo fervore di italianità qualche interrogativo potrebbe serpeggiare soprattutto tra i non-alpini. Perché l’Adunata? E, in primis, perché gli Alpini? Ebbene una qualche risposta possiamo cercarla. La grande famiglia degli Alpini è riconducibile a un fenomeno storico che, nell’esperienza italiana, ha trovato continuità fino ad oggi in una comunità unita, oltre che dall’esperienza militare, da valori e tradizioni di cui si sente custode. Gli Alpini nascono verso la fine del’800 come fanti con specialità alpina, per sopperire alla necessità di rafforzare i confini nazionali, tanto sentita nell’Europa del tempo. Così, a difesa delle Alpi sorsero reparti specializzati in Francia, Svizzera, nell’impero Austro-ungarico ed anche nel caro Regno di Sardegna. Già l’alpino ottocentesco divenne figura celebre per le dimostrazioni di coraggio sul campo: quegli uomini cresciuti ed addestrati nelle loro montagne, che combattevano per senso del dovere più che per mentalità guerrafondaia, iniziavano a prendere posto nell’immaginario collettivo. La tragedia che li consacrò fu la Grande Guerra. Nel ‘15, quando il capo di stato maggiore non sapeva nemmeno se doveva combattere contro o al fianco dei francesi, interi reggimenti alpini vennero mandati al macello. Tra gli aspri e lividi macigni delle Alpi, nella fatica e nel dolore, vi furono quelle manifestazioni di grande, disperata umanità, ricondotte ai “valori degli Alpini”. Vorrebbero essere proprio questi l’eredità degli Alpini di ogni epoca: fratellanza, amicizia, solidarietà, fedeltà, attaccamento alla propria terra e l’immancabile amor di patria. Di conseguenza, data la crisi dei valori contemporanea, molti giovani di una volta lamentano comprensibilmente il loro affievolirsi. Questi valori si vorrebbe renderli fissi, un riferimento per tutti inciso sulla pietra in nome della gloriosa tradizione delle truppe alpine. Ma così facendo si finisce per renderli dei simulacri. I valori sono semplicemente risposte a bisogni umani specifici, non un blocco di dogmi. L’alpino che regge lo zaino al compagno spossato, come l’alpino che sul Pasubio dà la sua vita per salvare quella di un amico, non lo fa solo perché è un Alpino che segue i valori alpini. Vengono prima i gesti, spontanei e immediati, poi gli onori e la volontà di raccontare e porre a modello quei comportamenti.

Se oggi gli Alpini aspirano ad essere “custodi della memoria e orizzonte della gioventù” attraverso i valori, dovrebbero tener conto della fluidità dei valori stessi. Mentre risulta difficile parlare di patriottismo, quando la stessa idea di nazione continua a ricoprirsi di ridicolo, le virtù di cui si ha più bisogno sono altruismo e carità, che si traducono nel concreto impegno sociale degli Alpini, nell’associazionismo e nel volontariato. C’è ancora spazio per gli Alpini e bisogno del loro aiuto.

Particolarmente interessante è anche il motto dell’Adunata 2024: “Il sogno di pace degli Alpini” (a mio parere decisamente migliore di quello di Brescia nel 2000). Una scelta sensibile, adatta in quanto il “sogno di pace” è stato condiviso anche dagli alpini del passato, dai soldati del passato. Pace è chiamato anche ciò che viene alla fine della guerra, il momento in cui i morti non si possono contare perché sono troppi, non si può dargli un nome perché sono a brandelli. È bene chiarire che il significato vero dell’Adunata è il ricordo dei caduti. L’Adunata si è poi evoluta nelle forme, fino alle contraddizioni e ai negozi di souvenir odierni. Appena finita la guerra veniva eretto il monumento del Milite Ignoto, proprio per accettare il fatto che quelle migliaia di persone non sarebbero tornate e nella speranza di un nuovo inizio in cui conservarne il ricordo. Un anno dopo Mussolini salì al potere e i fatti della Grande Guerra vennero usati per alimentare il mito fuorviante di una Patria vittoriosa e potenzialmente invincibile, grazie al necessario sacrificio dei soldati.

La retorica fascista strumentalizzò la morte vestendola di gloria. Fu così che il fante ucciso diventò eroe, i cimiteri si chiamarono sacrari ed anche la figura dell’alpino venne avvolta da un alone mitico. Eppure il grande onore che significava l’essere alpini non era una novità, risalgono già a decenni prima fotografie raffiguranti giovani alpini impegnati in prove di forza tra i monti. Venire scelti e arruolati era, al tempo, motivo di grande orgoglio maschile e per tutta la famiglia. La fierezza di essere alpini è un sentimento profondamente radicato anche in coloro che hanno compiuto questa esperienza dagli anni ‘50 in poi, io li chiamo “Alpini moderni”. Assieme ai circa 3.000 Alpini in armi, sfileranno da protagonisti nei prossimi giorni. Ma chi sono tutti gli altri?

I simpatici turisti, gli ammiratori, ma anche gli alpini “veri” alla fine possiamo unirli sotto una comune definizione: consumatori, non solo di vino e paninazzi. L’interesse economico dietro all’Adunata (ad Asti nel 2016 portò circa 120 milioni) e i guadagni che sta già fruttando, la rendono un evento ben accolto a prescindere. Non è mica una sagra di paese, è una grande sagra nazionale. Nel periodo di grande fermento che ha preceduto i tre giorni fatidici, Vicenza si è dimostrata capace di potenziare i servizi di trasporto pubblico, recintare Campo Marzio, ampliare le zone pedonali, incrementare la sicurezza. I Food truck e la Cittadella degli Alpini non ci saranno più all’alba del 13 maggio, eppure chissà che un po’ degli introiti vengano investiti nella nostra città. Mettendo da parte ogni noioso biasimo, si è capito che questi Alpini “moderni” sono innanzitutto uomini di montagna, educati dalla montagna, che hanno vissuto un’esperienza unica e che almeno ogni anno si ritrovano a festeggiare la comune appartenenza. Tutte le informazioni e le curiosità di carattere storico sugli alpini le devo a Gianni Periz, esperto, studioso e ovviamente Alpino, che attraverso innumerevoli testimonianze e reliquie della sua collezione-museo, tra cui un diario che si è fatto tutta la ritirata dalla Russia, mi ha mostrato un modo per valorizzare la tradizione alpina e renderla universale. La parola chiave dello sguardo storico è “contestualizzare”, ripercorrere i mille sentieri del passato per conoscere, non per giudicare. Dalle lettere scritte dal fronte alla “indimenticabile madre” ho capito chi erano quegli alpini di cui raccontava la mia bisnonna, cantando “Sul cappello” con un bicchiere di rosso in mano. Sono quelli gli Alpini che l’Adunata ricorda, quelli nelle foto in bianco e nero, quelli caduti tra le cime innevate e quelli sopravvissuti come testimoni. Non hanno bisogno di vuoti onori e, solo una volta lavata via la retorica mitizzante e messa da parte la baraonda delle masse, di loro può restare una fondamentale e onesta memoria. La festa degli Alpini non sarà mai la festa di tutti, ma abbiamo una storia da leggere in comune.

PER IL CAPPELLO CHE PORTO

di Alessandro Lavarra L’adunata nazionale degli Alpini è una baraccata, è una enorme oktoberfest, che assurdità bloccare la città per

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Maggio 2024

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