Andrea Marchesini: “Frankestein 2.0” La mostra in “& Art Gallery”. L’armonia trovata passando per la destrutturazione delle forme.

Fino al 28 maggio è aperta presso “& Art Gallery” di Nicola Bertoldo, una personale di Andrea Marchesini. Artista con alle spalle esposizioni internazionali frutto anche del suo innato cosmopolitismo. Ha vissuto in Inghilterra, ha girato l’Europa, ha preso ed appreso dai grandi del passato per forgiare poi un’estetica personale, fatta di grande ricerca cromatica, elaborazione della figura e della trasfigurazione, scavi a sondare l’io e i suoi significati dentro e sopra la tela. Il lavoro di Marchesini ha una complessità che va raccontata. Rimane verità assoluta che l’arte sia una relazione a tre, tra creatore, spettatore e opera. Ma quando un artista è così generoso con le parole e i concetti filosofici allora vale sempre la pena ascoltarlo e far bagaglio di quel che ne esce per approcciarsi poi in maniera più matura di fronte ai quadri. Ed è questo il caso di Andrea Marchesini. Si fa trovare puntuale all’appuntamento telefonico mentre è nel suo regno: lo studio a Barbarano Vicentino.

Partiamo dalla mostra attualmente in corso. Cosa ci puoi raccontare per poterla comprendere appieno?

Cerco di fare poche mostre a Vicenza ma solo di qualità, aspetto che Nicola mi garantisce. All’inaugurazione abbiamo avuto un bel pienone con gente arrivata anche da Milano. Questa mostra nasce nel lockdown e termina nell’immediato post-covid. La limitazione a noi artisti fa anche bene. A me non cambiava molto e avevo tanto tempo per pensare. Il progetto “Frankenstein” è nato lì. Per me l’arte è un processo evolutivo personale, rapportato a me alla maniera giapponese (reiterazione di un gesto verso qualcosa di oltre). Tutto continua a cambiare. È la ricerca di un equilibrio che, una volta raggiunto, viene subito perso per ricercarne un altro interiore e così di nuovo, all’infinito. Bevilacqua diceva che l’importante non è la meta ma il viaggio. Ed è nel viaggio che c’è la vita, nel viaggio si svolge il viaggio stesso. I personaggi nascono dal Frankenstein e poi diventano tutti a me connessi e si evolvono nell’universale. L’uomo, per progredire, deve riuscire a destrutturarsi e ricostruirsi con un ordine diverso. Ecco perché i miei quadri sono fatti a layers (strati): la stessa opera la puoi scomporre e ricomporre in maniera diversa. Il concetto strizza anche un occhio al tema del riciclo. Io, nel mio atelier, ho un angolo in cui getto tutto quello che non mi piace. Poi dopo un po’ lo riprendo e spesso gli do nuova forma. Cambio le tessere del puzzle. Le rimetto in un nuovo contesto. Non ho mai un punto di equilibrio fisso.

Com’è il tuo processo creativo? Come ti poni di fronte al gesto stesso della creazione? Lavori prima su disegni? Hai un’idea a priori di colori, dimensioni, forza espressiva?

Ritengo che l’arte abbia sempre un concetto a monte, quindi sostanzialmente anche se quello che faccio parte da una base astratta, c’è poi un approdo nella figura, nella forma e nella sostanza. In origine creo delle macchie, poi da lì arriva tutto il resto. Non sono quadri informali perché c’è una forma definita al loro interno. Preferisco chiamarla forma piuttosto che figura. La forma diventa figura, tenendo conto dei canoni anatomici corretti. Ma parto sempre e comunque da una macchia.

Osservando le tue opere quello che colpisce di primo acchito è la vivacità quasi esplosiva del cromatismo. Eppure poi con attenzione si colgono i particolari di cui hai appena parlato, ovvero figure, composizioni formali alternative.

Lavoro per addizione e per sottrazione. Parto con stratificazioni, aggiungendo e creando opere molto materiche e vado poi a togliere fino a raggiungere un paesaggio quasi anemico, lasciando il minimo, e su questo minimo torno a comporre nuovi personaggi. È sempre un mettere o un togliere.

Ogni contesto storico e sociale è stato segnato, a volte pure anticipato, da movimenti artistici. Secondo te oggi cosa può o deve dire l’arte?

Concetto e messaggio vanno di pari passo. Io uso me stesso in una sorta di auto-analisi per parlare in maniera universale. La staticità che deve andare persa per entrare in un discorso più dinamico. Perdere i punti di riferimento per poi ritrovarli (covid, guerra ecc…). Non si può sedere in una determinata situazione, in quanto tutto è sempre in costante evoluzione. Se non riusciamo a trovare un equilibrio progressivo non avremo mai armonia.

La tela per te è una pagina bianca, un terreno su cui costruire, o fa parte dell’opera?

Il fondo nei miei quadri è quasi più importante della figura. Deve essere piatto, senza movimenti e segni. Colore piatto. Quello che ci sta sopra è il pensiero, il concetto che deve galleggiare in uno spazio, esattamente come quando chiudi gli occhi, la mente si svuota e vedi coi tuoi occhi interiori. Ecco cos’è il fondo piatto: quello che mi da la possibilità di concentrarmi sul pensiero del quadro.

Vivi tra Barbarano Vicentino e Villaga, nemmeno a Vicenza che già di per sé non è una metropoli. Pensi mai che Milano sarebbe la casa più ovvia per un artista?

Paragonare Vicenza a Milano non ha senso. Secondo me l’artista al giorno d’oggi deve avere molta forza di volontà e non arrendersi davanti al milione di ostacoli che incontra, e cercare di tirare dritto sulla sua linea di lavoro. Essendo globalizzati (io mi considero prima di tutto europeo) al giorno d’oggi avere lo studio a Villaga per me è il massimo perché mi permette di lavorare bene in un paesaggio meraviglioso. L’artista se vuole raffermarsi deve comunque girare tantissimo. Ciò non toglie che la nostra città stia dando di più col passare degli anni, ne è un esempio la galleria di Nicola che presenta mostre importanti a livello internazionale”.

La mostra di Andrea Marchesini chiude il 18 maggio.

L’ingresso è libero

“& Art Gallery”, contrà Frasche del Gambero 17, Vicenza.

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